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Intenzione e responsabilità

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L’etica come dimensione costitutiva dell’architettura contempo­ra­­nea

 

Tra cumuli di teorie sempre più evanescenti, l’architettura contemporanea vive una convulsa caccia alla legittimazione: così, forse inaspettatamente, tra pensieri progettuali ridotti a espressioni di pura preferenza e azioni progettuali dalle incerte ma concrete conseguenze, l’etica ne è diventata l’autentica dimensione costitutiva ed epistemologica.Leggi tutto


Certo, non nei termini deontologici o pervasi da un disimpegnato buonismo cui spesso la questione viene ridotta: è piuttosto nel responsabile coinvolgimento personale e nella consistenza dell’agire che si situa – secondo la sfida audace qui lanciata – la chiave di volta per smascherare l’imperante etica dell’intenzione e risolvere l’apparente controversia fra teoria e pratica. Un percorso che, recuperando il dialogo filosofico-architettonico tra Ernesto Nathan Rogers ed Enzo Paci, lo riversa sull’esperienza del quotidiano, alla ricerca di una teoria del progetto finalmente, autenticamente responsabile. Questo libro è disponibile anche in inglese.

Primo capitolo del libro

COD: ISBN 9788867721245 Categorie: ,

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Descrizione prodotto

Intenzione e responsabilità. L’etica come dimensione costitutiva dell’architettura contempo­ra­­nea

 

“Ciò cui dovrebbe tendere una teoria è ispirare una pratica”. L’affermazione è chiara e perentoria; evidente nella sua laconicità; ineludibile nella sua gravità: una “teoria” è tale, ha un effettivo fondamento di significato, esclusivamente nel momento in cui trova corrispondenza in (se non addirittura, nel momento in cui ingenera) una pratica architettonica, un “agire” (inclusi il nostro “sentire”, “percepire”, “cogliere” il mondo, nelle infinite manifestazioni della sua complessità).

“Filosoficamente”, vale a dire nella storia della filosofia (occidentale), questa sorta di messa in parentesi della (in)comprensione vuota e banale degli accadimenti circostanti, cioè della sospensione di giudizio sull’apparente banalità di quello che ogni giorno incontriamo, in vista di una corresponsione più propria (“autentica”, come esprime l’idea della “proprietà”, di quanto si addice fortemente a se stessi, l’aggettivo tedesco eigen) alla nostra (vale a dire, a quella di ciascuno di noi) quotidianità è rappresentata dalla fenomenologia husserliana.

Solo che – e qui è il punto –, nella disamina del “fare” architettura, nella pratica architettonica che nel presente volume Deregibus propone, la sospensione di giudizio, la messa in parentesi concerne anche il modo di dare per scontata la “scienza dell’architettura”, nello specifico, e la “scienza” come tale, più in generale. Non si tratta di contestare alcunché né, tanto meno, di mettere in atto una riduzione fenomenologica che finisca per essere riduttiva dell’effettiva possibilità di “fare” scienza. Non si tratta mai e poi mai, detto in soldoni, di negare che due più due fa sempre e oggettivamente quattro, bensì di prendere atto, consapevolmente, che se questa somma (e soprattutto la semplice logica che essa sottende, quella dell’addizione) non ha una responsabile ricaduta nella sfera pratica della nostra esistenza quotidiana, la “teoria” dell’addizione è un mero diletto mentale, lontano infinite volte dalla realtà, più d’ogni altra intima forma di narrazione e comunicazione. Se si considera, in questa prospettiva, che la poesia e la preghiera, per esempio, potrebbero avere fortemente a che fare con il vissuto (non soltanto interiore) di qualcuno, allora, non soltanto la “teoria” secondo la quale la pratica sopravanza la teoria, ma anche l’idea che la “scienza” (priva di ricaduta pratica) non rappresenti la forma più elevata del sapere umano né segni, in alcun modo, la storia del “progresso” delle civiltà, diventano affermazioni fondate, da prendere decisamente in considerazione.

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