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Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé

€18.00

Apologia di una psicoanalisi misconosciuta

 

La conoscenza e la cura dell’umano, nella sua multiforme complessità, patiscono da tempo la definizione di steccati disciplinari troppo angusti, che spesso si traducono in saperi autoreferenziali e pratiche (professionali e non) miopi e parcellizzate.Leggi tutto


Quando, invece, riscoprendo la sua stessa essenza originaria, la filosofia torna a dialogare con la vita vissuta e si dispone ad accogliere – all’interno del proprio ambito di competenza – le dimensioni più profonde dello psichismo, essa rinnova la propria costitutiva vocazione (tras)formativa e psicagogica e, nel farlo, si apre a fecondi intrecci epistemici. Il presente volume costituisce, nei confronti dell’adulto contemporaneo, una sorta di appello per una nuova formazione, capace di condurlo al ricongiungimento col suo più vero Sé. In particolare si rivolge ai filosofi praticanti, agli educatori, ai pedagogisti e ai formatori, a tutti coloro che si occupano di metodologie biografiche e a quanti, in ambito psicoanalitico, rifuggano l’appiattimento sul registro medicale.

Premessa dell'autore

Disponibile

COD: ISBN: 9788867720781 Categoria:

Discipline


Collane



Descrizione prodotto

Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé. Apologia di una psicoanalisi misconosciuta

 

In un’epoca che vede la differenziazione delle discipline tendere alla deriva degli specialismi e a rigide ripartizioni delle competenze, la ricerca di Andrea Ignazio Daddi Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé si dedica a cogliere nessi, convergenze e concordanze, mettendo in evidenza possibili sinergie tra ambiti che da qualche tempo sembra non si parlino più. Si tratta delle discipline filosofiche, del campo pedagogico-formativo, degli sviluppi attinenti alla psicanalisi e alle psicologie del profondo: studi che, a vario titolo e da prospettive diverse, pongono la domanda dell’umano, cioè affrontano l’essere umano come problema, enigma della potenzialità insondata,

luogo da esplorare e al contempo ancora da formare. L’autore attraversa criticamente i principali dibattiti che negli ultimi decenni hanno contribuito a configurare le scienze dette umane; ovvero a disegnarne i confini e a separarle secondo criteri non di rado puramente burocratici o istituzionali, che poco o nulla hanno a che fare con le cose stesse. Di questo si tratta qui in modo cruciale: di ricontattare le cose così come sono, coltivare l’intimità con esse e con il loro dettato.

Lungo il percorso di Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé, l’autore ha modo di mettere in discussione svariati luoghi comuni, tra i quali: l’assunto più generale secondo cui non vi sarebbe nesso significativo tra filosofia e vita; o la convinzione che, anche considerando il pensiero vincolato alla vita, esso può forse razionalmente guidarla, consigliarla, offrirle l’ausilio della lucidità, ma in nessun modo toccarne il patimento e prendersene cura; o l’opinione che vuole la filosofia estranea alla formazione, la formazione a sua volta estranea alle considerazioni etiche, queste ultime

estranee a considerazioni politiche, e via separando, confondendo la differenza con la separatezza; o ancora la delimitazione della psicanalisi, da un lato, nella sua esclusiva preoccupazione per la sofferenza individuale e, dall’altro lato, in un disinteresse per il mondo che la rende a sua volta irrilevante nel mondo; per non dire di quanti ritengono la cura dell’anima appropriatamente gestita solo in ambito medico, o comunque scientifico-protocollare, e della dogmatica deferenza verso le istituzioni poste a sorveglianza di tale sistema. (dalla Introduzione di Claudia Baracchi)

Informazioni aggiuntive

Peso 0.300 kg
Dimensioni 22.9 x 15.2 x 1.1 cm
Anno:

2016

Pagine:

198

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In Italia a mezzo PosteItaliane in 24h

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Tutti i capitoli o saggi riportano la numerazione di pagina originaria del libro e/o della rivista. Per tal motivo, lo studioso, in caso di citazione, potrà avvalersi di tale numerazione in quanto corrispondente alla pubblicazione originale.

2 recensioni per Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé

  • IpocPress

    Un libro, quello di Andrea Ignazio Daddi, «denso di teoria, ricco come un arazzo» (Formenti, 2016, p.167); così lo definisce Laura Formenti nella sua affascinante postfazione. “Per bacco!” verrebbe da esclamare: al suo primo libro, dal titolo Filosofia del profondo, formazione continua, cura di sé, l’autore ci offre davvero così tanto? E la risposta è assolutamente affermativa.
    Andrea Ignazio Daddi, filosofo e pedagogista, non solo si occupa di educazione e formazione dal 1999, ma continua i suoi studi di approfondimento in ambito filosofico e psicologico ed è cultore della materia in Filosofia Morale e Pratiche Filosofiche; ha “le carte in regola”, dunque, per proporci qualcosa di teoreticamente valido, ma a questo aggiunge altro. Va infatti notato che ha seguìto, come si evince dal suo profilo sulla pagina dell’editore, un’analisi personale; verrebbe da dire che il suo “approfondimento” non riguarda solo la disciplina, ma anche la carne (o l’anima? o entrambe?) della sua persona. E inoltre frequenta la Scuola in Analisi Biografica a Orientamento Filosofico di Philo, che come molti sanno propone la centralità della propria storia autobiografica, la pratica filosofica e le psicologie del profondo come percorso in grado di orientare il senso della propria esistenza.
    Autopoiesi all’opera? Già, perché le tre tematiche che compongono il titolo del libro sembrano davvero un circolo complesso, così lontano dalla linearità scientifica. Succede forse che potremmo iniziare dalla cura di sé? O invece dalla filosofia? O dalla formazione? Una complessità dunque che ci rimanda al contempo a una storia di vita, in tutte le sue sfaccettature fatte d’incontri personali quanto fantasmatici, letterari quanto disciplinari. E il sottotitolo al libro, Apologia di una psicoanalisi misconosciuta, non ci sorprende più.
    La ricchezza di questo arazzo, dunque, ci offre un percorso attraverso le scienze umane. L’autore pone in ascolto reciproco filosofia ed esperienza del vivere quotidiano – laddove la prima, con la sua sapienza, può curare tanto l’esistenza del creato che la nostra –, filosofia e formazione – non foss’altro che per i suoi rimandi etici –, cura dell’anima e psicoanalisi – che si fanno formazione e stile di vita. Diceva Riccardo Massa: l’educazione è alla base delle nostre epistemologie, che sono alla base delle nostre ermeneutiche, a loro volta alla base dei nostri comportamenti. Una sequenza che non ha nulla di lineare, ma crediamo indicativa della complessità che si viene a creare tra filosofia, formazione, cura di sé e vita.
    La densità della teoria presente in questo libro, spaziando da Duccio Demetrio a Romano Màdera, da Erich Neumann a Carl Gustav Jung, per non citare che i più noti, si esplica nel corpo del testo quanto nelle note, vera fonte aggiuntiva, quasi un testo nel testo; eppure il testo si apre e chiude con l’autore che parla di sé, del suo cammino umano e culturale. Sembra, almeno a noi, un’opera di metabolizzazione che permette la vita: la sapienza di chi ci trasmette la cultura diventa carne, si impersonifica in un lavoro di selezione e cucitura che richiede impegno e dedizione, laddove magari qualcosa si perderà, ma quel che rimane è sufficiente, per ora, a condurre l’autore alla ricerca di un senso mai esausto, e che promette di arricchirsi ulteriormente. E la proposta (“Se io ci sto provando…”) ci cattura, forse farà proseliti.
    Le scienze umane, e tra queste l’autore mette certamente anche la psicoanalisi, sono differenti, ma non separate; è questa la via (non la strada, come direbbe Raimon Panikkar) che l’autore ci propone. Barriere, steccati e compartimentazioni semplicemente non ci convengono: leggeri, meno dogmatici, meno preoccupati della nostra sicurezza intellettuale possiamo spaziare in paesaggi incantati e coglierne i frutti, per provare a cantare noi la nostra esistenza.

    International Journal of Psychoanalysis and Education, 2016, Vol. VIII, No. 2, 77-78 http://www.psychoedu.org/index.php/IJPE/article/view/177/166

  • IpocPress

    Sicuramente ‘filosofia’ si dice in molti modi e, parimenti, l’originalità di un contributo la si coglie esclusivamente nella misura in cui si è in grado di indicare, e sorreggere per il tramite di dovuti argomenti, un modo d’essere della filosofia stessa. Questo è esattamente quel che Andrea Ignazio Daddi fa nel presente volume. Della filosofia, l’autore prende in considerazione due aspetti in modo particolare i quali, da parte loro, e ciascuno per parte propria, descrivono anche il percorso esistenziale esperito da Daddi medesimo, vale a dire la «tendenza all’introspezione» (p. 23) e la «ricerca di significato» (p. 23). Tanto la prima quanto la seconda costituiscono la trama dell’ordito esistenziale dell’autore, al quale si aggiungono in seguito la pedagogia e le «psicologie del profondo» (p. 24). Questo appare il leitmotiv del volume presente, ossia cercare di mettere in dialogo la filosofia, intesa come ricerca del significato esistenziale, e le varie forme di analisi, intese come introspezione personale ad ampio raggio.
    Far questo significa, nel contempo, anche riattivare un filone di ricerca presente agli inizi della storia della filosofia ma via via obliato nel corso dei secoli in favore di ben altre opzioni. Secondo Daddi, infatti, della filosofia va recuperata la sua tendenza sapienziale, vale a dire quel particolare tipo di discorso afferente alla filosofia ma consistente nel compiere una «cura dell’anima» (p. 27). Di tutti i modi di dire, e fare, ‘filosofia’, la predilezione di Daddi va verso l’opzione della ricerca filosofica pratica che consiste nella «ricerca personale» (p. 33), da intendersi, però, come «educazione in età adulta» (p. 33), come un autonomo e personale percorso di auto-formazione di sé.
    Dipanando i mille rivoli di questa storia spuria e i mille equivoci di un mal compreso rapporto tra filosofia e vita, tra introspezione e racconto di sé, tra cura dell’anima e formazione degli adulti, l’autore affronta i molteplici pericoli di un’avventura tanto ardita quanto pericolosa. In primo luogo, si sofferma sulla scrittura autobiografica che un filosofo pratico dovrebbe realizzare se desidera curare la propria anima. In secondo luogo indirizza l’autoanalisi in direzione dell’autoformazione di sé da parte dello stesso filosofo pratico. Successivamente raccomanda distacco in tale processo al fine di favorire una completa comprensione del racconto di sé. Infine celebra il processo ermeneutico in forza del quale il filosofo pratico pone domande e risponde alle stesse comparando la scrittura di sé e il «presente che si è diventati» (p. 49). Tuttavia, memore della lezione psicoanalitica, Daddi ritiene che quest’ultimo processo di interpretazione possa avere luogo se, e solo se, si compia tale sforzo per il tramite di metafore, ovvero di mediazioni simboliche del proprio racconto esistenziale. Infatti l’interloquire con la propria ed altrui vita significa, né più né meno, «pensare per racconti, per storia, narrazioni» (p. 51). Ne consegue, pertanto, che la cura dell’anima venga intesa come cura, ovvero come filosofia, cioè educazione, racconto di sé, autobiografia, e quindi in conclusione terapia. Il dialogo a più voci, scritte, orali, ricordate e così via, è sempre una potente molla dinamica che rimanda costantemente da un polo all’altro dell’esperienza introspettiva. Facendosi carico di questo arricchimento personale, il soggetto può certamente, con maggior chiarezza, attribuire un significato al proprio percorso esistenziale. Così facendo, egli compie una (auto)terapia della propria vita, educandosi e formandosi, sempre meglio chiarendo e comprendendo le asperità che ne cesellano l’esistenza.
    Il punto critico e interessante, a mio avviso, messo in risalto dall’autore è proprio questo, ovvero legare i fili del filone sapienziale della filosofia antica e il fronte junghiano delle scienze del profondo. Riuscire a ricavare uno spazio teoretico in tal senso è la consegna massima, tanto sfidante quanto intrigante del volume in oggetto.
    Raccontare di sé significa curarsi, ovvero condurre una «pratica filosofica» (p. 57), seguendo al riguardo l’utile lezione di Duccio Demetrio. Ma se senso si dice in molti modi, solo uno è quello prescelto da Daddi. Anche se, a dire il vero, sarebbe più corretto dire che l’autore abbracci non un singolo senso determinato, ma, e piuttosto, un arcipelago di senso, un orizzonte di massima, una direzione larga e inclusiva di significato esistenziale. Tale orizzonte vasto rifugge dalla dimensione conoscitiva, o solamente teorica, della filosofia in quanto tale, ma impone un tipo di riflessione che, «nel riflettere» (p. 69), riprende «la vita allo scopo di scandagliarla e (ri)orientarla» (p. 69). Detto altrimenti, non si tratta solamente di una mera analisi dei dati di esperienza, ma di un gioco dialettico che va dinamicamente dalla vita al racconto, e da quest’ultimo di nuovo alla vita, al fine di meglio comprenderla e di incidere attivamente su di essa. D’altro canto, la cura è sempre un prendersi cura, vale a dire guarire il soggetto assumendo un impegno empatico, sollevando quest’ultimo dai suoi dolori. Daddi, debitore nei confronti della psicoanalisi, associa qui la dimensione biografica della pratica filosofica alla terapia metaforica la quale, proprio perché racconta, si prende cura del soggetto, liberandolo, in maniera piuttosto catartica, dall’assenza di senso, o di stile di attribuzione, che il soggetto esperisce proprio perché tutto dentro il proprio flusso esistenziale. La direzione di approdo o la meta agognata appare chiarissima sin dai primi passaggi, vale a dire che Daddi intende, seguendo in ciò Galimberti, far evolvere la psicoanalisi in direzione delle pratiche filosofiche. La nota saliente è, per l’appunto, consentire una presa in carico della biografia del soggetto che possa equivalere alla cura dello stesso.
    Ma la pratica filosofica qui presente non è da confondersi con la pratica del counseling, incredibilmente in voga al giorno d’oggi, in una tendenza generale che la confonde con una vaga forma di psichiatria laica oppure di confessionale non religioso. Infatti, Daddi segue, in merito, i lavori di Màdera, ed intende rinnovare la filosofia «praticandola come modo di vivere» (pp. 79-80). Questo rinnovamento novella la filosofia in quanto tale, trasformandola in un’esperienza comunitaria volta alla terapia, ovvero alla presa in carica dei soggetti coinvolti. La filosofia, pertanto, non è una dottrina ma saggezza; la filosofia non è conoscenza ma esperienza comune di vita; la filosofia non è teoria ma pratica di vita.
    Pertanto, Daddi ritiene che la sapienza non sia un correlato della pratica filosofica, ma una meta ideale in direzione della quale condurre un percorso comune di ricerca, tanto personale quanto comunitario, e fatto di ascolto, studio, insegnamento, scrittura, dialogo, dibattito. In questa felice commistione di segmenti differenti, l’autore mostra in cosa consista la sua pratica filosofica, ovvero una «sintesi innovativa tra pratiche filosofiche e psiconoanalisi junghiana» (p. 88). Questa è Philo, il progetto a più voci di fecondo rinnovamento della filosofia e di felice rinnovamento della pratica filosofica per il tramite della tensione di cura incarnata o incardinata sul racconto autobiografico in Jung.
    Non si tratta, ovviamente, di una variante non scientifica della psicologia, ma di un «rinnovamento della saggezza« (p. 92) antica, un’applicazione della lezione di Hadot, ovvero una particolare maniera d’intendere la filosofia uno «stile di vita» (p. 92). La pratica non è terapeutica in senso medico o di cura di «psicopatologie specifiche» (p. 94), ma un rivolgersi «alla dimensione “sana” e “normale” presente in tutte le persone che, in quanto esseri umani, quotidianamente hanno a che fare con le dolorose condizioni esistenziali dell’angoscia e dello smarrimento e sperimentano una comune apertura alla ricerca di senso» (p. 95). Aiutare questi soggetti significa appunto prendersi cura degli altri, procedere a «una concezione congiunta di narrazioni e scambio trasformativo di significati» (p. 96). D’altro canto i significati non sono mai prodotti del singolo soggetto, ma tipi comuni. Pertanto, allora, la terapia filosofica consiste in questo: nella narrazione culturale delle vite singole che riconnette queste ultime alla loro dimensione collettiva, e dunque al bacino culturale di riferimento. Il soggetto, infatti, vive muovendosi all’interno dei significati culturali dell’elaborazione collettiva della quale egli è parte mentre quella appare «imprescindibile riferimento» (p. 97). Lo scavo interiore non è così diretto alla ricerca di rimossi e di traumi infantili quanto rivolto, e finalizzato, a proiettare il soggetto «verso il futuro» (p. 99), «liberando l’immaginazione creatrice e rimediando alla mutilazione inferta alla spinta vitale» (p. 99).
    La torsione concettuale, a questo punto, non può apparire più netta. Infatti la psicologia del profondo diviene qui ricerca del «significato primo» (p. 101), «indagine sull’umano nelle sue dimensioni più nascoste» (p. 101), «paideia spirituale» (p. 101). Se la «filosofia è madre» (p. 101), a questo progetto è richiesta «una fertile contaminazione» (p. 101).
    Il progetto di Philo consiste, dunque, nel mettere in campo «una peculiare forma di apprendimento trasformativo e di formazione (auto)biografica» (p. 102), per il tramite delle pratiche filosofiche rinnovate. D’altro canto, è solo per mezzo del «racconto co-costruito» (p. 109) che diviene «possibile prendere consapevolezza dei propri modelli simbolici di attribuzione di significato, degli schemi su cui si fondano, delle prospettive che esprimono e trasformarle […] alla luce di nuove esperienze significative» (p. 109). Si potrebbe, dunque, ritenere Philo «una comunità di pratiche» (p. 113) ove «apprendimento e strutturazione condivisa delle identità dei singoli si fondano sulla “partecipazione attiva” e su un “processo di identificazione/appartenenza” e sono “frutto [di una] esperienza situata”» (p. 113).
    Daddi dialoga, all’interno di una più generale prospettiva di “progetto” in fieri, e non ancora concluso, con vari autori, al fine di «restituire alla psicoanalisi la sua dimensione più propriamente pedagogica e androgogica, troppo spesso oscurata, evidenziandone la natura prettamente filosofiche» (p. 165).
    E farlo, con onestà intellettuale, con solida preparazione, e con una sana chiarezza espositiva, non può che essere un buon viatico per il futuro sviluppo del progetto in questione.

    Alessandro Pizzo, Filosofia e nuovi sentieri, 8 marzo 2017 https://filosofiaenuovisentieri.it/2017/03/08/filosofia-del-profondo-formazione-continua-cura-di-se-un-saggio-ipoc-di-andrea-ignazio-daddi/

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