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Lumpen Italia

€16.00

Il trionfo del sottoproletariato cognitivo

 

Mentre l’Italia agonizza, figure circensi e raggruppamenti carnascialeschi si avvicendano in questi anni sulla scena nazionale: dalla lumpendestra al guru del web, dal cantore dei formaggi di fossa al signore delle slide.Leggi tutto


La ragione di questa ormai lunghissima fase italiana è molto semplice, sebbene pochissimi se la sentano di accettarla: l’Italia è ormai un Paese di ignoranti, anzi di ignoranti ipermoderni che diventano, nel loro agire sociale e politico, sottoproletari cognitivi e la politica italiana trova in questa condizione la sua vera ragion d’essere.
Lumpen Italia ci guida nei gironi di questo tragicomico inferno mostrandoci come (non)ragionano, come si muovono, cosa vogliono (o pensano di volere) questi nuovi italiani e spiegandoci perché è il caso di intervenire subito per salvare ancora qualcosa, prima del definitivo oblìo, dei nostri ultimi duemila anni e come iniziare a farlo.

Primo capitolo del libro

Disponibile

COD: ISBN: 9788867721689 Categoria:

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Descrizione prodotto

Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo

 

Dopo aver letto, messi nero su bianco, le cifre, i dati, le annotazioni, le considerazioni dell’autore nel suo Lumpen Italia, non potremo più chiamarci fuori. Egli ci sollecita una presa di posizione: accettiamo tutto questo, ora che ne siamo consapevoli? Intendiamo fare qualcosa? Vogliamo tentare di opporci?

L’autore, che non manca di evidenziare i danni che sul piano squisitamente politico causa l’ignoranza (come si può parlare di democrazia autentica in un popolo di ignoranti? Quale tipo di scelte potranno mai compiere se non sono in grado neppure di comprendere pienamente un articolo di giornale?) guarda anche alla piazza, come campo di studio, essenzialmente, intendo per piazza l’agire politico nella sua espressione più vasta. E denuncia, nel suo Lumpen Italia, soprattutto l’assenza di un vero dibattito su questo tema cruciale che è la “distruzione cognitiva” in atto in Italia. Tanto drammatico il problema, tanto pesante il silenzio su di esso, se si fanno le eccezioni di un pugno di specialisti e di commentatori, che, inascoltati, da tempo levano gridi d’allarme. Ma ancora più drammatico è il meccanismo di perpetuazione di una situazione che non può che essere definita dell’ignoranza al potere.

Dai ministri ai deputati, dai dirigenti d’azienda ai grand commis d’État, dai giornalisti per giungere ai docenti universitari, che, quale che sia la normativa (che cambia con impressionante frequenza, con una grottesca, infinita catena di peggioramenti), si confermano buoni soltanto a premiare la fedeltà dell’allievo, così come gli altri promuovono e compensano la fedeltà del cliente, del subordinato o, in un sistema in cui l’ignoranza si sposa alla corruzione, del benefattore, che diventa beneficiario in un circolo vizioso di impressionante potenza e di indefettibile durevolezza.

L’egemonia culturale della destra è l’espressione del trionfo dell’ignoranza, ma se la destra sta male, da questo punto di vista, non è che la sinistra stia bene, per non parlare degli homines novi del Movimento Cinque Stelle. Quello che comunque interessa mettere a fuoco è la spiegazione: la supremazia politica della destra, vecchia o nuova, compresa la novissima che si esprime nel PD renziano, è strettamente correlata al trionfo dell’ignoranza. Risiede proprio qui la nuova legittimazione del potere post-democratico. Se la classe politica che rappresentava il “popolo di sinistra” si è lasciata imporre l’agenda dalla destra, e se il suo stesso elettorato vacilla tra astensione, disinteresse, e talora disgusto da un lato, fascinazione subìta delle peggiori pulsioni del leghismo e delle varie espressioni fascistoidi che imperversano nelle piazze urbane e in quelle televisive, o sulla Rete, che pure è uno spazio di libertà (ma anche di terrificante ignoranza e di becerismo qualunquistico), se tutto ciò è potuto accadere, in modo soffice e rapido, la spiegazione che il libro ci fornisce è una sola: si tratta dei frutti avvelenati dell’ignoranza, delle conseguenze epocali quanto trascurate del trionfo dell’ignorante ipermoderno.

Informazioni aggiuntive

Peso 0.30 kg
Dimensioni 22.9 x 15.2 x 1.2 cm
Pagine:

202

Anno:

2015

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Tutti i capitoli o saggi riportano la numerazione di pagina originaria del libro e/o della rivista. Per tal motivo, lo studioso, in caso di citazione, potrà avvalersi di tale numerazione in quanto corrispondente alla pubblicazione originale.

7 recensioni per Lumpen Italia

  • Maria D'Asaro

    “Uno spettro si aggira per l’Italia: lo spettro dell’ignorante ipermoderno …”: con l’opportuna variante, il celebre incipit del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels calzerebbe a pennello come inizio di Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (IPOC, Milano, 2015, €16,00), testo in cui Davide Miccione spiega la recente comparsa dell’inquietante nuova ‘forma di vita’ culturale, caratterizzata da un disinteresse assoluto per la cultura e per il funzionamento della realtà, forma di vita “che potrebbe rivelarsi esiziale per il mondo così come sinora lo abbiamo conosciuto”.

    Ma chi è l’ignorante ipermoderno? Dove si trova? Quali sono le sue caratteristiche peculiari? Quali le nefaste conseguenze della sua massiccia diffusione su scala italiana e mondiale? In un libro di gradevole lettura – in parte diario in prima persona dove “sgomento e malinconia però superano il divertimento”, ma anche e soprattutto saggio accurato e rigoroso in cui, come sottolinea nella prefazione Angelo d’Orsi, “il sarcasmo appassionato […] si fonde con la freddezza dell’anatomo-patologo” – Miccione offre un’analisi dettagliata dell’inedito e grave fenomeno sociale: ci dice innanzitutto che gli “zombi cognitivi” non sono più il frutto diretto della miseria, sono presenti a nord e sud della penisola, sono diffusi quasi trasversalmente nelle classi sociali e abbondano persino nelle università. L’ignorante ipermoderno inoltre, portatore insano di un rapporto agghiacciante e distruttivo tra vita e sapere, “è del tutto privo di profondità temporale e […] di qualsiasi consapevolezza della storicità di se stesso e di ciò che vede” e non si vergogna affatto della sua ignoranza, che ostenta spesso con orgoglio perché, al contrario di Socrate che sa di non sapere, egli non sa e non gli interessa sapere: nel suo universo infatti “la comprensione di norme e categorie generali e la conoscenza delle articolazioni attraverso cui la realtà si svolge è il punto massimo del suo disinteresse”, poiché “il mondo come oggetto di conoscenza va svanendo”, “tutto sembra farsi flusso indistinto […] ridotto a una sorta di nebbia emotivo-sensoriale […] a una confusa ed emotiva socializzazione”.

    L’autore indica le cause di quest’odierna “catastrofe antropologica” nelle discutibili scelte politiche su scuola e università fatte in Italia negli ultimi vent’anni, evidenziando il dato scandaloso legato alla persistenza di elevati indici di dispersione scolastica: nelle regioni meridionali, ancora nel 2009, due ragazzi su dieci abbandonano precocemente gli studi. E poi, anche se scolarizzati, più del 70% degli italiani non comprende un semplice testo. Inoltre, d’accordo con Raffaele Simone, Miccione sottolinea il “radicale mutamento delle modalità di attingimento cognitivo (visione vs. lettura, multitasking vs. concentrazione)”, come ulteriore significativa concausa dell’ingrossamento del “sottoproletariato cognitivo”; nella consapevolezza, comunque, che non sono solo italiane “la crisi delle istituzioni formative e la renitenza delle masse alla cultura […], il consumo ossessivo di televisione […], l’invasione delle tecnologie informatiche e il loro ossessivo utilizzo simultaneo a quasi ogni altra azione della vita”, “l’idea che abilità tecniche e le competenze spendibili siano ormai immensamente più importanti della cultura generale […] e l’idea di società in quanto macchina produttiva e di individui come mezzi”.

    Il testo ci riconduce quindi alle cause politiche del fenomeno: il trionfo dell’ignoranza è stato senz’altro favorito dalla “lumpendestra” (la destra stracciona) “populista, emotivista, ‘ipnomediatica’”, oltre che dalla visione imperante di un “consumerismo ipermoderno che pone il consumatore e il consumo e non il cittadino o il lavoratore al centro della realtà.”
    E la sinistra? Dimenticata forse l’incompatibilità tra ignoranza e vita democratica di uno Stato, tace o collude: “l’idea di un mondo dove […] governanti e governati possano scambiarsi di posto, un mondo dove si prova a uscire e a far uscire ogni cittadino dalla minorità, è un sogno che nessuno è più interessato a sognare”.

    Leggere Lumpen Italia, testo davvero illuminante e ‘profetico’, risulta allora indispensabile per chi voglia interrogarsi sui perché dell’ignoranza dilagante e fare qualcosa per un’urgente e necessaria inversione di tendenza, prendendo spunto anche dalle cinque proposte elencate da Miccione per “iniziare a desottoproletarizzare l’Italia” . Perché, per dirlo con le splendide parole di Pasolini citate nel testo a pag. 18: “Chi protesta con tutta la sua forza […] contro il regresso e la degradazione, vuol dire che ama gli uomini in carne e ossa.”

    Maria D’Asaro, Centonove, n. 5 del 4.2.2016, pag. 30

  • IpocPress

    Dell’ignoranza ipermoderna: in un lucido saggio l’intellettuale siciliano Davide Miccione analizza una nuova figura, quella dell’ignorante ipermoderno. E delle conseguenze che il suo affermarsi sta determinando nella società italiana.

    Orson Welles nei panni del regista ne La Ricotta (girato da Pasolini nel 1963) intervistato da un compìto giornalista, alla domanda che quest’ultimo gli pone su cosa pensa della società italiana, risponde in modo tranchant: “La società italiana? Il popolo più analfabeta. La borghesia più ignorante d’Europa” (!). E non a caso si apre con una citazione dello stesso Pasolini Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo di Davide Miccione (pubblicato di recente a Milano per i tipi di IPOC, con l’Introduzione di Angelo D’Orsi) con la quale il poeta de Le ceneri di Gramsci invita appassionatamente a considerare che non è vero che le società progrediscano ineluttabilmente; regrediscono a volte e si degradano – come il saggio in questione prova a dimostrare (segnalando che l’aggettivo Lumpen si traduce dal tedesco in italiano con straccione). E che di fronte a tale involuzione non si può restare indifferenti o, peggio, compiacenti (perché a qualcuno può anche giovare una “neo-ignoranza” di massa!).

    Miccione ̶ quarantenne filosofo pratico e saggista di vaglia (sei i libri finora da lui pubblicati, fra cui ci piace ricordare la Guida filosofica alla sopravvivenza, utile alla vita) ̶ con questo saggio scandaglia, per mezzo di una lucida analisi, l’attuale stato in cui versa la formazione in Italia; individuando le “lunghe radici” che hanno condotto a questa situazione. Nei confronti della quale egli si è posto inizialmente come un “avvistatore”. Un periodo abbastanza lungo trascorso all’Università di Catania rivestendo il ruolo di formatore e di esaminatore lo ha messo in condizione di scorgere dei perturbanti avvistamenti, appunto; in occasione delle sue lezioni e, soprattutto, degli esami a cui gli studenti si sottoponevano. Incominciando a registrare delle curiose “alterazioni” delle nozioni di base (che si dava per scontato possedessero) di parecchi suoi esaminandi. Come in questo eclatante caso, ad esempio: “Non stupirà, allora che […] io abbia incautamente chiesto, insospettito da un ‘Comte vissuto alla fine del XX secolo’, in che secolo in quel momento fossimo; e che mi sia stato risposto: ‘Il ventiduesimo’! La risposta è stata condivisa da altri quattro candidati durante la mattinata e avversata da un altro candidato che si diceva certo di essere nel ventesimo. I soggetti in questione erano tutti studenti di Psicologia” (e Miccione li immagina poi a lavorare in un centro di salute mentale e a chiedersi candidamente come mai uno schizofrenico venga considerato tale giusto perché crede di vivere nel XXII secolo!). E poi Immannuel Kant che diventa “Kent” (e le sue “idee fallaci” “idee falliche”), il povero Ernst Mach trasformato in un “Match”; Jena che diventa “Gina” (“adatto più a un’insegna di trattoria a conduzione familiare che a far da cornice alle lezioni di Hegel”), il Protestantesimo come religione maggioritaria nel Maghreb… e via degradando. Ipotizzando che quel deficit cognitivo fosse circoscritto (probabilmente, sperabilmente!) a quella sua area d’insegnamento, a questa nostra isola (che, secondo le rilevazioni ISTAT, con il suo 71,8% di siciliani che non leggono neanche un libro l’anno detiene questo triste primato italiano) l’autore di Lumpen Italia ha deciso di lanciare uno sguardo d’analisi su un panorama più ampio.

    Incontrando nella sua esplorazione innanzitutto un’altra “avvistatrice” del fenomeno. Ovvero quella Graziella Priulla, docente di lungo corso dell’Università di Catania, che quattro anni fa ha pubblicato L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del Paese. Saggio basato su esperienze analoghe a quelle fatte dal Nostro. Nella stessa Università, però. Ed allora Miccione si è spinto a ripercorrere lo Stivale da Sud a Nord, nel tentativo di capire se il “fenomeno” non avesse attecchito giusto nel Meridione d’Italia per via della sua proverbiale arretratezza. E invece no! Ecco che individua le indagini condotte da altri studiosi, situati nelle diverse regioni della penisola, quali Fabrizio Tonello, Carla Melazzini, Pier Aldo Rovatti, Maurizio Ferraris, Tullio De Mauro, Franco Coniglione, Giovanni Solimine, Raffaele Simone… e le testimonianze di scrittori quali Giuseppe Pontiggia, Marco Lodoli, Tommaso Labranca, Paola Mastrocola… tutte/i a registrare con sgomento, e a denunziare, un pericoloso arretramento della cultura di base degli italiani. Dunque, non è stato certo lui il primo a scorgere l’ “evento”. Però è lui sicuramente il primo a mettere a fuoco e a descrivere lucidamente chi è il nuovo soggetto (che s’avanza dagli anni ‘80; con qualche “innesto” sessantottino, peraltro) portatore di questa (dis)cultura. È costui l’ignorante ipermoderno. Sulla cui definizione lasciamo la parola allo stesso saggista: “Il sostantivo [ignorante] mi sembra non bisognoso di ulteriori spiegazioni; l’aggettivo, qui da noi utilizzato per battezzare la creatura, si riferisce invece a una lettura della contemporaneità caratterizzata non tanto da una fine della modernità e dei suoi valori o da una contrapposizione a essa, quanto dall’essere una sua versione centrifugata, gigante, a volte fuori controllo, dove le differenze sono date dal farsi massa critica di elementi presenti, seppure in ben altra misura, anche precedentemente (Cfr. S. Charles, L’ipermoderno spiegato ai bambini. Lettere sulla fine del postmoderno)”.

    E in ciò sta la profonda differenza fra gli strali lanciati contro l’italica ignoranza (“erede” di quella pre-Unitaria) dal personaggio interpretato da Welles ne La Ricotta. Se il Regno delle Due Sicilie arrivava ad annoverare fino al 90% di analfabeti fra i suoi sudditi (v. il caso della Calabria, ad esempio) lo si doveva alla “negligenza” di quel Regno a creare una struttura scolastica (poco frequentata, peraltro) che per i poveri andasse oltre la terza elementare; e alla pervicace volontà dei suoi latifondisti a mantenere i propri “cafoni” in quello stato. L’ignorante ipermoderno non è un soggetto necessariamente povero, appartenente per forza alle classi subalterne; ed è “figlio” da una parte di un sistema scolastico che a partire dalla riforma Berlinguer è stato trasformato in un laboratorio mercatista, in cui si va avanti a “crediti” e “debiti” e a colpi di slide (e dove un gran numero di studenti arriva all’università nelle condizioni su descritte). E nel quale ciò che per i docenti dovrebbe essere il mezzo (le modalità dell’insegnamento) ne diventa il fine (a discapito del senso di quello che si dovrebbe realmente insegnare, e della possibilità di sviluppare acume critico nei confronti della realtà). Ma è anche figlio, quell’insipiente, dell’imperioso, travolgente sviluppo dell’innovazione digitale! Quella che spinge a essere sempre davanti allo schermo televisivo o a quello di un computer (o di uno smartphone – che Miccione dice essere il “sigillo di bara” dell’ignorante ipermoderno, per mezzo del quale “esternalizza” il cervello!); e sempre connessi, in un succedaneo di relazioni reali e in un’assenza di momenti di raccoglimento… Si creano così dei “mutanti culturali”, per i quali è quasi impossibile “attardarsi” su un articolo di giornale e comprenderne il contenuto! O, men che meno, di concentrarsi su un testo di una certa ampiezza (cosa questa che l’applicarsi sul buon vecchio libro favoriva e favorisce – Cfr. R. Casati, Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere). E che si lasciano andare alla deriva sulle onde del web come fossero, in un eterno presente, su un’ipermoderna Zattera della Medusa! Ne risulta un soggetto apatico, interessato a nulla (sopratutto disinteressato all’organizzazione e al funzionamento della realtà), in possesso di nozioni “sbriciolate” e inutilizzabili, e per niente a disagio di fronte alla sua insipienza; ma costantemente connesso, appunto!

    Ed è a partire da questa categorizzazione che Miccione ci trascina fuori dalle aule per condurci nelle Piazze, dove individua una “Fenomenologia delle complicità”: della nostra classe politica di destra (e del già trionfante berlusconismo, ovviamente) e di sinistra, anche; nonché della Chiesa e degli intellettuali (troppo “distratti”, questi ultimi, rispetto a tale pericolo). Per giungere al passaggio in cui dall’ignorante ipermoderno deriva il sottoproletario cognitivo. Perché se il vecchio Lumpenproletariat di Marx ed Engels aveva una sua precisa collocazione nel capitalismo di allora (proletariato gaglioffo senza coscienza di classe), il sottoproletariato attuale a ragione di quella “spensierata” ignoranza della realtà e del suo funzionamento; e “In una società che ti propone consumi al di sopra delle tue possibilità […] è sottoproletariato cognitivo, ormai più massa di manovra per le classi dirigenti che problema o minaccia” (!) Ed è a partire da ciò che Miccione si lancia nell’analisi sociopolitica di quello che tale “massa di manovra” ha significato per il configurarsi dell’attuale panorama politico italiano (si pensi all’affermarsi dei vari populismi, renzismo incluso); facendo anche delle incursioni sul panorama politico mondiale (segnaliamo le efficaci pagine in cui mette in correlazione la grave insufficienza del sistema scolastico americano – che qui da noi si vuole imitare! – e l’ascesa di personaggi quali Reagan, per esempio). Non trascurando di dedicare, in appendice, un capitolo su come Libero e Il Giornale si siano attrezzati alla “formazione” di quel particolare tipo di sottoproletario. Ma offrendo, pure, delle ragionevoli proposte “per iniziare a desottoproletizzare l’Italia” (fra le quali indichiamo “Aumentare i finanziamenti per tutto il comparto cultura italiano”; “Il ritorno dei concorsi”; “Fuori la famiglia dalle scuole”).

    Libro che “si compone di una teoria pedagogica, di una seconda, antropologica, e, sullo sfondo, di un’analisi sociopolitica relativa ai nostri tempi e allo Zeitgeist che li percorre e li domina” (così Angelo D’Orsi nella sua Introduzione; ricordiamolo: uno dei grandi storici italiani e una delle coscienze critiche di questo Paese), questo saggio è anche un segnale del rischio che stiamo correndo. “Perché siamo tutti in pericolo”, come affermava Pasolini nella sua ultima intervista. E questa analisi ne è la riprova!

    Giovanni Miraglia, Notabilis, gennaio-febbraio 2016

  • Pietro Condemi

    Un libro profetico, quello di oltre trent’anni fa di Marcello d’Orta, Io speriamo che me la cavo. Come tutti i grandi libri esso non costituiva solo la diagnosi, la presa d’atto di una catastrofe avvenuta, ma indicava una strada, il futuro sviluppo cui inevitabilmente si sarebbe andati incontro seguendo l’andazzo delle politiche educative sinora attuate. Detto fatto: l’ignoranza che lì era il frutto del proletariato economico e del sottosviluppo civile, il carattere di settori marginali della società, che non riuscivano a liberarsi attraverso l’acculturazione dalla propria condizione di minorità ma che avrebbero voluto farlo se ne avessero avuto le possibilità, è ora diventata una condizione diffusa, che si è trasmessa a tutti i gangli della società, alti a bassi, medioborghesi e proletari, sino a raggiungere le “cime abissali” della politica. Ma ora si è affermata una nuova figura di indigenza cognitiva, quella propria dello “ignorante ipermoderno”, di chi antisocraticamente “non sa mai di non sapere”, non si acccorge neanche di essere ignorante e scambia il proprio digiuno culturale per la massima realizzazione del sapere. Tale nuova specie umana, che si diffonde sempre più, è analizzata, descritta e accuratamente postillata in tutte le sue manifestazioni nel libro di Davide Miccione, Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (IPOC, Milano 2015). Non è facile riassumerlo, perché sono molti i motivi, gli esempi, gli argomenti che esso tratta, non fosse che per il metodo utilizzato, prevalentemente fenomenologico; cercheremo di darne una presentazione muovendoci sul sottile e pericoloso crinale tra esposizione e interpretazione, una sorta di personale riflessione dialogante col testo e da esso ispirata.
    È facile indicare quali siano i caratteri del nuovo tipo di ignoranza avvistata dall’autore. Innanzi tutto l’abolizione del tempo, che porta il nuovo ignorante alla completa inconsapevolezza della storicità di se stesso e di ciò che vede, in un’assenza assoluta di profondità temporale in cui tutto si appiattisce su uno sfondo indeterminato, nebbioso, in cui figure ed eventi si agitano immersi nella nebbia di un passato che non si sa mai se remoto o vicino, se prima o dopo Cristo. Ciascuno ha nel suo carniere accademico molteplici di aneddoti ricavati dalla proprie esperienze universitarie, e l’autore ne riporta alcuni di gustosi, che qui vogliamo evitare di riprendere. È importante invece riflettere sulle conseguenze di questa abolizione del tempo; innanzi tutto lo scambiare la cultura per natura, il credere che ciò che oggi è, sia sempre così stato e di conseguenza il proiettare sull’ieri l’evidenza del presente, pensando il passato a immagine dell’oggi. Questa inclinazione è particolarmente esiziale quando si viene a parlare di questioni politiche o religiose, per cui viene naturale all’incolto ipermoderno pensare che il cristianesimo di oggi (cioè quello successivo al Concilio Vaticano II) sia stato il cristianesimo di sempre; o che il fanatismo islamico di oggi sia sempre esistito, perché l’Islam è “il male assoluto”, dotato di un’essenza immodificabile, immodificata, di per sé malvagia. Ma non è il rifiuto della storia (in qualunque disciplina, non solo in quanto tale) e del suo presunto nozionismo, a favore di materie più “attuali e utili”, una tendenza che si diffonde sempre più nella scuola di oggi?
    Ma l’ignorante ipermoderno rifiuta anche la conoscenza del generale, quella organizzata in norme e categorie di pensiero. Ogni approccio alla realtà deve essere mediato dal vissuto, riportato al concreto, a ciò che è più vicino al suo mondo vitale, e quindi pensato sotto la spinta dell’immediatezza, del sentimento provvisorio, dell’attrazione momentanea; e così il mancato accesso a una conoscenza più astratta – definita come inutile appunto perché “astratta” – lo porta alla ignoranza dei meccanismi che regolano il funzionamento della realtà, anche di quella più prossima ai suoi interessi. Tutto viene riportato al cozzo di sentimenti e pulsioni elementari: buoni contro cattivi, antipatici contro simpatici, ladri contro onesti. Lo schema del Far West costituisce in merito una esemplare elucidazione del modo in cui funziona il mondo.
    E del resto, non vogliono le moderne tendenze pedagogiche e i suggerimenti ministeriali che la scuola sia più vicina agli “interessi” dei giovani, che siano eliminate le eccessive difficoltà, che l’insegnamento sia avvicinato quanto più possibile al gioco, all’intrattenimento e quindi eliminate materie astratte e inutili e soprattutto “difficili”, quali, ad esempio il latino e il greco, che rendono il liceo classico “ostico”, quindi impopolare e pertanto in estinzione. Quando il metro di ciò che deve essere alla base della formazione del giovane viene sempre più avvicinato al criterio degli interessi immediati di quest’ultimo, allora tanto più ci si allontana dalla cultura, perché quest’ultima – giustamente annota l’autore – “come l’abbiamo finora conosciuta è il risultato di una lotta feroce contro le circostanze ma soprattutto contro tendenze implicite nello stesso uomo. Questa lotta ricomincia ogni giorno perché ogni giorno nascono uomini e, scusate l’ovvietà, nascono senza saper parlare, capire una lingua, far di conto, saper leggere, saper scrivere”. Come ben sapeva un rivoluzionario come Gramsci, che ancora credeva nel valore della cultura come occasione di riscatto ed elevazione delle classi popolari, “lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”. E sapeva anche che sarebbe sbagliato voler facilitare le classi popolari mediante l’abbassamento della qualità dell’insegnamento: “Occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato”.
    Il rifiuto dell’astrazione e del pensiero categorizzante porta l’ignorante ipermoderno a vedere il mondo come “fluido”, realizzando così la diagnosi di Bauman. Si vengono a perdere gli elementi discreti che lo costituiscono, che ne danno l’articolazione e permettono di scandirlo in momenti, fasi, successioni: “Tutto sembra farsi flusso indistinto. La specificazione, qualunque essa sia (date, nomi, autori, luoghi) appare ormai come pignoleria. Ciò non vale solo per lo studio, ma appare come una modalità di rapporto con il mondo”. Il mondo viene così ridotto a una sorta di nebbia emotivo-sensoriale e tende sempre più a svanire come oggetto di conoscenza: al suo posto resta una confusa ed emozionale socializzazione, quale quella che ormai sembra essenziale alla pratica scolastica. Incute invece profonda paura o insofferenza proprio “la solitudine del processo di acquisizione della conoscenza, in quanto concentrazione e sospensione momentanea della socializzazione ossessiva e continua (twitter, controllo pagina facebook, sms spediti e ricevuti, squillo ricevuto e inviato per dire ‘Ti penso’, messaggio su Whatsapp ecc.)”.
    Ma una caratteristica su tutte è quella che rende questa specie di ignoranza diversa da quelle passate: la sua nobilitazione. Giacché il “non sapere di non sapere” si trasforma dialetticamente in esaltazione dell’ignoranza come superiore saggezza, come lontananza dalle astruserie dei “professoroni”, dalle incertezze dei “cacadubbi”, da quella “pallida cera del pensiero” che rende malsana la “tinta nativa della risoluzione”, per citare Shakespeare. Agire impone di non pensare, di non conoscere, di entrare in “presa diretta”, immediata, istintiva, intima col reale, di conoscerlo per pratica personale e idiosincratica. Così Berlusconi – manager di successo – sarebbe stato in possesso di tutte le conoscenze idonee a fare dell’Italia una azienda di successo. Ed è stato proprio lui a liberare “l’ignoranza degli italiani da ogni cattiva coscienza, da ogni colpa, da ogni vergogna”, come già scritto da Mario Perniola. Ormai l’ignorante non sente la propria condizione come una diminutio, non aspira alla conoscenza da cui la cattiva sorte lo ha separato (la povertà della famiglia, la sfortuna, le circostanze della vita o qualsiasi altro motivo), non vede nella scuola e nell’università il luogo del proprio riscatto sociale, civile, economico. E del resto ormai assistiamo a un processo di dequalificazione delle agenzie formative nazionali pubbliche che è solo il sintomo di come i veri ricchi e coloro che vogliono darsi una qualificazione spendibile negli ambienti che contano “hanno mollato la vecchia e piccola borghesia al proprio destino e costruiscono per i loro figli strade scolastiche appartate, internazionali e, soprattutto, private”. Le scuole del passato – quelle che si consideravano d’élite, quali i licei (classici e scientifici) – non assicurano più una comunanza di destini cognitivi a ricchi e poveri, ad alta borghesia e media borghesia, ma stanno sempre più diventando luoghi di alfabetizzazione minima di massa, di “comunanza sociale dell’ignoranza”. Perché la lotta di classe è stata vinta, a favore di chi deteneva e ancora detiene il potere, sicché anche l’università va incontro al proprio destino: “A tutti o quasi tutti una laurea, poi, per pochi, una cooptazione basata sul legame con chi è già dentro, per gli altri il nulla”.
    L’ignorante ipermoderno nelle sue modalità di interazione sociale e politica con l’ambiente che lo circonda, cioè in quanto elettore e cittadino, assume la funzione di un nuovo tipo di sottoproletariato, impossibile da redimere. Incapace di perimetrare il reale attraverso una sua conoscenza adeguata, questo nuovo sottoproletario cognitivo è ormai per le classi dirigenti massa di manovra, manipolabile con i mezzi di comunicazione maggiormente diffusi (ancora oggi il 75% della popolazione italiana si informa solo attraverso la televisione). Ma esso non è più collocabile solo alla periferia della società, tra i diseredati – come il sottoproletariato marxiano – ma piuttosto si incarna in molteplici epifanie sociali, perché sta a indicare quella parte della società nella quale impera l’assoluto rifiuto di qualsiasi perfezionamento personale, la celebrazione della propria nativa e inestinguibile ignoranza, l’esaltazione del sé come puro consumatore di beni. Ormai questi lumpenproletari li troviamo ovunque: tra i marginali delle periferie, nella media borghesia, nelle classi professionali, tra i politici (e si potrebbero fare nomi celebri), tutti accomunati e ammaliati dagli stessi armamentari visibili: “rapporto faticoso con le norme di ogni tipo, titoli di studio non meglio specificati o raccattati nei sottoboschi mercenari dell’istruzione, passione per i segni visibili del lusso (suv, donne vistose sottobraccio eccetera), disinteresse a tutto ciò che non sia solo materiale (diritto, religione, letteratura, arte)”.
    Baricco ha in merito parlato di “nuovi barbari”, che sarebbero i portatori di una cultura incomprensibile agli aderenti a una diversa e più vecchia civiltà, analogamente a come i romani consideravano i barbari che demolivano la loro cultura; allo stesso modo, noi guarderemmo alle recenti mutazioni non cogliendo la diversità, la “nuova civilizzazione” di cui sono portatori coloro da noi definiti “barbari” e della quale non siamo in grado di valutare l’eventuale grandezza, limitandoci a sottolinearne la distruttività. Ma l’autore giustamente nota come quella di Baricco non sia altro che una bella metafora; non ci si può innamorare di essa, perché la distruzione barbarica fu una perdita reale e non solo un cambiamento di civiltà in positivo; lo testimonia il fatto che “appena in grado, l’Europa cristiana rifondò l’istruzione superiore, lo studio di greco e latino, diritto e medicina, la monetazione ecc.”; insomma cercò di riprendere, faticosamente e con errori, l’antico esempio, il filo di un cammino che si pensava interrotto: il Rinascimento. Ma c’è di più: gli antichi barbari, nel momento in cui distruggevano, spesso in modo praeterintenzionale, l’Impero, erano affascinati dalla sua grandezza, venivano soggiogati dalla sua cultura, cercavano di imitarne le istituzioni. Non ci riuscivano – è vero – ma erano lontani dal celebrare la propria ignoranza per contrapporla a quella della civiltà classica; semmai cercavano di armonizzarla, di adattarla, di riprendere quanto capivano ed erano in grado di recepire. Ma i nuovi barbari non hanno il senso di una cultura che scompare, non hanno alcuno sguardo di considerazione per essa, non sentono per essa alcuna ammirazione o soggezione: essa merita per loro semplicemente di scomparire in nome di nuove e più “utili” saperi, di più performanti visioni del mondo, di “competenze” – non più “conoscenze” – adatte alla società moderna, il cui futuro è solo l’alta tecnologia.
    Il nuovo simbolo politico di questa fase, del nuovo sottoproletariato cognitivo, non è più Berlusconi, che ha avuto una sua funzione chiave nello sdogonamento dell’ignoranza ipermoderna, bensì Matteo Renzi. Con esso viene dichiarata “la fine della speranza che dalla sinistra, bolsa e pedagogica quanto si vuole, possa giungere uno stimolo al miglioramento delle menti. Renzi incarna tutto ciò che un sottoproletario cognitivo può ammirare e tutto ciò che lo conferma nel suo non voler migliorare. Rientra perfettamente in quel populismo che non sopporta concetti astratti, norme e realtà intermedie, oltre a spingere alla personalizzazione della politica, cioè quella che è in assoluto la dimensione più primitiva”.
    Si è voluto caratterizzare l’atteggiamento civile tipico del sottoproletario cognitivo come atteggiamento servile, di lontana ascendenza storica, prono alla volontà dei potenti, premuroso nel soddisfare i loro desideri, sempre pronto ad “accorrere in soccorso del vincitore”. Ma l’errore – a giudizio dell’autore – è in questo caso il voler trasformare una questione che è anzitutto cognitiva in una che è esclusivamente morale e civile, che porta solo a una produzione verbale o scritta di carattere omiletico-edificante. In effetti alla sua base v’è una percezione della realtà, un giudizio su di essa: il capofamiglia che vende i voti dei suoi parenti per qualche euro non è affatto servile, ma ha solo dato qualcosa che per lui non ha valore (il voto) in cambio di ciò che vale (il denaro). Ha insomma fregato dei soldi a un fesso di passaggio. A concetti astratti – eguaglianza, solidarità, distribuzione della ricchezza, onestà ecc. – il popolano che vende i suoi voti oppone la concretezza dei suoi bisogni qui e ora. Non è in grado di vedere al di là del suo limitato orizzonte: appunto vive da lumpenproletario affetto da ignoranza ipermoderna. È questa – secondo la definizione che ne ha dato Maurizio Viroli – la libertà del servo, cui si contrappone quella del cittadino. La prima è estremamente concreta, consistendo nel non essere intralciato o ostacolato nel perseguimento dei propri fini e soprattutto dei propri desideri: consiste nell’essere lasciato in pace adesso, nel soddisfare il proprio bisogno immediato. La libertà del cittadino “è invece astratta e potenziale non coincidendo con l’esercizio attuale della libertà ma con la assicurata possibilità di esercitarla ora e in futuro. Dunque essa è essenzialmente astratta e legata al regno della possibilità”. Questa necessita di una certa potenza astraente, della capacità di immaginare futuri possibili, della capacità di pensare a doveri civici che vadano al di là dell’immediato, l’idea che sia possibile pianificare una società in cui complessivamente tutti stiano meglio, la capacità di sublimare l’interesse immediato e posticiparlo, di reprimere il desiderio e trasportarlo nel futuro, dove avrà una realizzazione più elevata e più gratificante. È il principio – lo diceva Freud – di ogni capacità di costruire una civiltà.
    Certo, si potrebbe anche pensare che nel comportamento del cafone napoletano – diffidente verso i giacobini che volevano portare la rivoluzione, i diritti, la giustizia sociale: tutti concetti astratti di cui non sapeva che farsene (come viene illustrato in un romanzo di Enzo Striano) – vi sia depositata la secolare saggezza di un popolo che sa bene come al cambiare dei governanti per esso nulla è mai cambiato. E allora perché non scambiare un futuro progresso, impossibile e del tutto utopico, con un tangibile guadagno, presente e ben concreto? Questo comportamento, che facilmente attribuiremmo a proterva ignoranza, in una persona colta potrebbe rappresentare una disincantata saggezza del mondo, una diagnosi sulla inguaribilità o immutabilità di una società. È la sapienza propria di un Principe di Salina, del Gattopardo: una filosofia della storia per la quale le nuove classi dominanti finiscono per ristabilire il potere e i privilegi da loro prima combattuti, ma in condizioni nuove e con protagonisti rinnovati per anagrafe ma non per funzione. Di ciò ne abbiamo avuti abbondanti esempi. Perché allora non derubricare tale atteggiamento popolare da proterva ignoranza a istintiva e inarticolata sapienza sul modo in cui vanno le vicende umane?
    Per sfuggire a questo tragico e fatale acquietarsi alla eternizzazione del presente è necessaria una maturazione del pensiero che si sottragga alle istintive inclinazioni provenienti dal disincanto storicamente consolidatosi e si apra nuovamente all’incantesimo e alla seduzione di un pensiero che concepisce il nuovo come possibile e attuabile. E proprio in ciò sta la forza della cultura e del pensiero a essa connesso: appunto nella possibilità di rendere “visibili” concetti e possibilità che non si danno nell’immediato, ma che hanno una corposità vincolante per chi ha occhi esercitati a guardare e una mente in grado di afferrarli e capirli, ritenendoli quindi non impossibili, ma attendibili. E, di converso, l’interesse di tutte le classi dominanti che vogliono difendere il proprio privilegio è quello di avvilire la cultura, di renderla difficile, inaccessibile ai loro sottomessi; ma non più con artificiali barriere sociali, bensì svilendola, dicendo che a nulla vale, che meglio fare il pizzaiolo che laurearsi, affermando che scuola e università garantiscono solo disoccupazione, facendo credere che la causa di tutto siano le humanities, perché è necessario evitare lo sviluppo del pensiero critico, alternativo, impedire la consapevolezza del passato e il senso della storicità. Occorrerebbe allora investire in educazione, cultura, idee, concetti, allo scopo di riaccendere la fiducia nell’astratto, nel possibile, nell’utopico (anche se minimo); bisognerebbe di nuovo dare alla gente la capacità di ‘illudersi’, di nutrire aspettative, di innamorarsi di ‘fantasmi’ che – nonostante la loro evanescenza epistemologica – possano tuttavia avere una grande forza pratica. In fin dei conti cosa sono gli intellettuali che credono in moralità, civismo, norme, ecc. se non degli ‘illusi’ (anche se in un nobile senso)? E in cosa consiste il progresso – se a questo termine vogliamo ancora attribuire un significato – se non immaginare nuove terre verso cui dirigersi, giacché, come ha affermato Oscar Wilde, “Il progresso non è altro che l’avverarsi delle utopie”.

    Francesco Coniglione, Roars, 20 giugno 2016

  • IpocPress

    L’era dell’ignorante ipermoderno

    Formazione. Lumpen Italia di Davide Miccone per Ipoc edizioni, di Alessandro Santagata, Il Manifesto, 25.08.2016

    Chiunque abbia avuto occasione di frequentare le facoltà umanistiche italiane non potrà che condividere il pessimismo di Davide Miccione nel suo Lumpen Italia. Il trionfo del proletariato cognitivo (Ipoc, pp. 2012, euro 16). In un saggio agile e spietato l’autore dà voce a un’insofferenza comune o, per meglio dire, a una comune perdita di senso. La definizione d’«ignorante ipermoderno», utilizzata per descrivere l’uomo nuovo dell’età digitale, non può che destare una certa ritrosia in chi crede nella diversità dei saperi.
    Tuttavia, Miccione pone un problema molto serio che riguarda la trasformazione antropologica della società e dunque la stessa possibilità d’accedere con coscienza alla sfera della conoscenza. La progressiva svalutazione delle discipline umanistiche e la tendenza all’iper-settorializzazione – spiega l’autore – stanno producendo un cambiamento profondo nel modo di pensare. Il disprezzo per gli intellettuali, sempre più forte nell’Italia post-berlusconiana, non è la vera causa del problema. Il nodo, molto più complesso, concerne le categorie con le quali si insegna oggi a leggere la realtà.
    In uno dei passaggi più amari del libro Miccione racconta la sua esperienza di professore, le difficoltà degli studenti di una facoltà di Lettere a comprendere i testi oggetto di esame, a collocare gli eventi nello spazio e nel tempo, e, soprattutto, a interrogarsi sulle interrelazioni e sui concetti di fondo della disciplina filosofica.
    All’esperienza personale presso l’Università di Catania l’autore affianca una serie d’inchieste e di studi (quello di Graziella Priulla, per esempio). La riflessione si estende quindi al mondo della scuola, sul quale Miccione chiama in causa un’ampia bibliografia. Ne emerge un quadro, in cui «tutto sembra farsi flusso indistinto e la specificazione, qualunque essa sia (nomi, date, luoghi) appare ormai come pignoleria».
    Si tratta di una crisi di portata mondiale e da questo punto di vista sono molto efficaci gli spunti di Martha Nussbaum, tra le prime a denunciare un problema che la politica internazionale sta continuando a ignorare. Non c’è dubbio però che il caso italiano si presenti come particolarmente difficile.
    Di fronte al progressivo declino degli investimenti statali che sta portando alla morte il mondo della ricerca, e in particolare di quella umanistica (più in difficoltà di altre nel reperire finanziamenti), cresce il classismo sociale e la cultura, quando non è ridotta a festival, ritorna ad appannaggio di pochi privilegiati e delle istituzioni d’eccellenza. Contemporaneamente – osserva Miccione – si diffonde l’«idea che le abilità tecniche e le competenze immediatamente spendibili siano ormai immensamente più importanti della cultura generale. Con ciò, si postula come unica valida l’idea di società in quanto macchina produttiva e degli individui come mezzi, il cui senso è dato dall’essere idonei a portarla avanti».
    E fuori dalle aule? I passaggi dell’inchiesta di Miccione restituiscono un panorama ormai noto, ma non per questo meno inquietante. La pratica della lettura sta praticamente scomparendo in un mondo in cui – come ha scritto il linguista Raffaele Simone – «la conoscenza si acquista non più attraverso il libro e la scrittura, ma attraverso l’ascolto o la visione non alfabetica». La realtà mainstream, apparentemente complessa, si riduce a poche dimensioni schiacciate sul presente.
    Gli effetti di questa trasformazione non sono ancora facilmente decifrabili e vanno ben oltre l’affermazione delle destre populiste. Controversa è anche l’idea che si starebbe sviluppando un «sottoproletariato cognitivo», massa di manovra per nuove politiche di sfruttamento. Viene da chiedersi piuttosto, al di là di giudizi che lasciano il tempo che trovano, quali strumenti le facoltà umanistiche siano in grado di offrire per valorizzare le nuove e gigantesche potenzialità cognitive. In altre parole, ammesso che si voglia parlare di una «crisi cognitiva», c’è da credere che il soggetto in crisi siano proprio i docenti universitari, «ignoranti» nell’ipermodernità, di cui appunto spesso non conoscono gli strumenti analitici. Anche su questo terreno si registra il fallimento dell’università pubblica, che – come scrive Miccione – non riesce a svolgere una funzione di recupero culturale, risultando così subalterna alle logiche esterne, ma che non riesce neppure a comprendere i caratteri del cambiamento e quindi a ritrovare una missione sociale.

    © 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

  • excursus.org

    Che cosa succede quando l’uomo perde la consapevolezza di sé? Quando non sa più spiegare la realtà in cui vive e si muove? Quando internet diventa icona e parodia della cultura? L’uomo perde la libertà.
    Sulle rovine dell’uomo contemporaneo, e sui suoi limiti, si snoda l’ultima opera di Davide Miccione: Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (Ipoc Editore, pp. 202, € 16,00), un testo interessante e realista che rispecchia in pieno la società.
    Il volume è diviso in due sezioni, “Nelle aule” e “Nelle piazze”, divisione che pone l’attenzione sui problemi culturali del nostro Paese, radicati profondamente in ogni campo. Sin dalle prime pagine si trova una ricostruzione, delineazione e presentazione dell’ignorante ipermoderno, della realtà caotica in cui vive, devastata dalla perdita oggettiva della visione spazio-temporale. A questo frangente si aggiunge il volontario livellamento delle peculiarità soggettive, per rientrare nei parametri di un’uniformità collettiva più sicura e confortevole, lontana dalle capacità critiche che lo rapporterebbero con la sua vera essenza d’uomo. Il tutto in antitesi a un ulteriore aspetto inquietante: l’ossessivo e martellante bisogno di socializzazione.
    Miccione denuncia la necessità impellente dell’ignorante ipermoderno di restare perennemente connesso con qualcuno, una sorta di “posto o chatto ergo sum”. La sua estraneità alla realtà trova la massima rappresentazione nei luoghi comuni, emblemi di quest’esistenza astratta. L’autore, e non solo lui purtroppo, è a stretto contatto con questa nuova “forma evolutiva”, un’orda antropica e traboccante, annichilita dalla mancanza di coscienza, che brancola in una dimensione onirica dove la mediocrità trova terreno fertile.
    Eppure, in una società come la nostra, bombardata continuamente da ogni genere di notizie e informazioni, sembra un paradosso il brulicare del numero degli ignoranti ipermoderni, l’unica spiegazione possibile è da ravvisare nelle parole dell’autore: “L’ignorante ipermoderno da noi tratteggiato non preferisce la scienza o l’economia o la tecnologia […] rispetto a temi e metodi dell’umanesimo. Egli, semplicemente, si alloca decisamente prima di questi incroci, mostrando disinteresse per qualsiasi forma di interazione intellettiva con il mondo”. Ma se la curiosità di conoscere il mondo, che ha mosso l’uomo dalla sua comparsa sta svanendo, come si presenterà il futuro? Di fronte a questo specchio sociale il prezzo più alto lo paga la cultura che per essere acquisita ha bisogno di tempo e riflessione. Così il piacere della lettura fatto di momenti di intimo silenzio e propedeutica conoscenza di sé è totalmente scomparso, bandito dalla quotidianità in cui più impegni si hanno nella stessa giornata più si vive intensamente, ignorando del tutto che non si è presenti in nessuna delle attività svolte. A leggere il testo di Miccione si scopre che il raggio d’azione di tale abitante italico ha travalicato le periferie e gli istituti tecnici, dilagando fra gli studenti universitari e la classe politica, come numerose interviste testimoniano.
    La puntuale ricostruzione dell’habitat naturale di quest’attuale figura sociale coglie, senza cedimenti, i nessi fra le scelte di vita, la forma di conduzione e i condizionamenti esercitati dal contesto irriguo di una terra in cui il valore della polis è morto. Nonostante i reiterati tentativi di alcuni insegnanti di razionalizzare ed evidenziare l’importanza dei possedimenti culturali, la società resta fortemente caratterizzata da una strutturale frammentazione e dispotica inettitudine, imputabile ai diversi fattori esterni. La stessa diffusione televisiva congiura ai danni della conoscenza, decretando una riverente accettazione dell’ignoranza che non fatica a far breccia in tutti gli strati sociali.
    A remare contro l’evoluzione celebrale ci sono anche la carenza di capitali pro cultura, la poca attenzione prestata all’istruzione e l’inesorabile avanzata di internet. È assai preoccupante quanto la negligenza inglobi i governi, tra tutti il nostro, dove il consolidato attaccamento alle convinzioni e ai sistemi tradizionali e l’assenza di un ricco bagaglio culturale sono le cause maggiori e scatenanti dell’ignoranza comune. Siamo troppo lontani dalla volontà di uguaglianza che si poggia sul valore della formazione, ne consegue che il perseguimento della prosperità intellettuale, direttamente connesso a quello democratico ed economico si vanifica, rimanendo utopico.
    Nella seconda parte del testo l’autore s’interroga sul perché il problema della povertà culturale esuli dal dibattito italiano, il tutto supportato da una serie di fonti, documenti ed elaborazioni quantitative a corredo della ricerca svolta. Nel corso dell’opera si prospetta il passaggio dall’ignorante ipermoderno al sottoproletariato cognitivo: quest’ultimo è un iperconsumatore che, attraverso lo sciupìo e l’approvvigionamento di merce, crede di conoscere e risolvere se stesso. Leggerne la minuziosa descrizione e l’inevitabile sviluppo si rivela tragicomico e realistico al tempo stesso. Miccione sostiene che per debellare tale abbrutimento bisogna occupare una posizione netta che ostacoli questa dilagante, prepotente e impudica diffusione dell’ignoranza a cui tutti ormai siamo abituati a soccombere.
    Chiudono il testo le cinque proposte pratiche con cui l’autore vuole “desottoproletarizzare l’Italia”, una fra tutte: “Fuori la famiglia dalle scuole!”. Il libro può essere considerato un valido contributo nel panorama storiografico sull’attuale stato di cultura. Scritto con uno stile asciutto, tagliente e ironico merita ripetute letture.

    Daniela Vena
    excursus.org rivista di attualità e cultura, anno VIII, n. 74, luglio-agosto 2016
    http://www.excursus.org/lumpen-italia-davide-miccione

  • IpocPress

    Ci sono libri che un cittadino riflessivo non dovrebbe ignorare. Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo di Davide Miccione è uno di questi. Come spesso accade per i testi ‘necessari’, il bibliotecario avrebbe difficoltà a collocarlo in un settore disciplinare: esso infatti si occupa di tematiche solitamente affrontate da varie angolazioni (dalla sociologia alla pedagogia, dalla politica alla psicologia sociale), anche se si tratta essenzialmente di un’opera filosofica. Non tanto perché l’autore è uno dei più originali (e meno valorizzati) pensatori del panorama italiano contemporaneo, quanto per la mossa che ha dato vita al libro: puntare il dito su un dato talmente evidente da non essere più considerato nella sua estensione né nella sua gravità. Il dato è la sottoproletarizzazione cognitiva della popolazione italiana. Trasversalmente rispetto agli strati socio-economici, si registra un impoverimento non solo delle nozioni ritenute un tempo patrimonio comune dei cittadini adulti istruiti, ma – ciò che più preoccupa – della curiosità di capire come funziona il mondo. In sovrappiù, cresce la fierezza della propria ignoranza e della propria nolontà di conoscere. La povertà intellettuale è arrivata al punto non solo di non riconoscersi come tale, ma addirittura di interpretarsi come ricchezza.
    In una prima parte del volume Miccione traccia una sorta di “fenomenologia dell’ignorante ipermoderno” attraverso sia l’osservazione personale sia gli studi di specialisti (come Graziella Priulla, autrice de L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del Paese, o Tullio De Mauro, autore de La cultura degli italiani). Gli elementi per ricostruire l’identikit di questo nuovo Lumpen sono ricercati nelle aule universitarie e scolastiche prima, fuori dalle istituzioni deputate alla formazione delle generazioni più giovani dopo. Nonostante sia impossibile in questa ricostruzione non sorridere davanti a certe perle (come l’aspirante scrittrice che sogna un futuro costernato di successi letterari), la tonalità emotiva è di seria mestizia: che prospettive di progresso effettivo si aprono a una popolazione in cui l’omologazione culturale è avvenuta non mediante il riscatto degli sfavoriti, bensì il degrado dei privilegiati?
    Il quadro dello sfascio del sistema formativo sarebbe abbastanza preoccupante da solo, ma uno sguardo ai risvolti politici “nelle piazze” lo rende – se possibile – ancor più tragico. È quanto emerge dalla seconda parte del volume in cui si esaminano alcune metamorfosi patologiche. La destra aristocratica e istruita di un Einaudi, di un Malagodi, di uno Scalfaro o di un Montanelli è diventata la “lumpendestra” di Berlusconi, Bossi, Casini: uno schieramento per il quale l’ignoranza diffusa non è un “problema, ma una continua fonte di opportunità, anzi essa è addirittura il prerequisito che ha permesso di cannibalizzare la vecchia e meno incresciosa destra in doppiopetto”. Non più confortante la situazione a sinistra: “costruirsi una minima cultura resta sempre una scelta che ogni singolo individuo deve fare. A una classe dirigente resta il dovere di non essere preda anch’essa dell’illetteralismo, di non vellicare i bassi istinti del popolo, di mostrare quanto si tenga in considerazione la cultura, di eliminare ogni tipo di ostacolo sociale ed economico e di manovrare carota e bastone per indurre i vecchi e nuovi ignoranti a curarsi un po’ di più della propria mente. Insomma spetta fare tutto il contrario di ciò che accade adesso”. Se ciò vale per i governi di centro-sinistra (Prodi, D’Alema) incuneatisi nel ventennio “ipnomediatico” (Tommaso Labranca), ancor più lo si può ribadire per “un leader berluscoide come Matteo Renzi, che merita una riflessione a parte” (anche alla luce della categoria “nuovi barbari” proposta da Baricco). Il risultato finale – almeno sino a questo momento storico in cui Miccione lancia i suoi accorati appelli – è che, a destra come a sinistra, “l’idea di un mondo dove governanti e governati possano scambiarsi di posto” e “si provi a uscire e a far uscire ogni cittadino dalla minorità, è un sogno che nessuno è più interessato a sognare, per alcuni anzi è un incubo”.
    Come è facile intuire, il ceto politico non avrebbe potuto da solo provocare un disastro culturale di tali proporzioni senza la complicità di protagonisti esterni rispetto ad esso. L’autore di questo prezioso libro si sofferma in particolare su due: la Chiesa cattolica (almeno sino a papa Francesco escluso) e il mondo degli intellettuali. La prima, dalla Controriforma in poi, ha accettato e costruito al proprio interno un “doppio registro elitista-popolare” per il quale è necessario che “in eterno vi sia tanto il teologo che l’ignorante, tanto il gesuita sapiente quanto il superstizioso devoto dei santi, nonostante di quest’ultimo, versione religiosa e vintage dell’ignorante ipermoderno, nel Vangelo non si dicesse, diversamente dal povero (Mt, XXVI, 11), che siamo destinati ad averlo sempre con noi”. Oggi però questo gioco rischia di capovolgersi in un boomerang: se l’ignorante è troppo ignorante, gli mancherà persino l’alfabeto elementare per dirsi – o meno – cattolico. Gli diventerà impossibile, linguisticamente, “far parte di una religione che sia qualcosa in più di una nebbiolina dolciastra ed emotivistica per cui la New Age risulterà ben più attrezzata rispetto alla possente struttura teorica, storica e liturgica della Chiesa”. Anche il ceto intellettuale ha le sue responsabilità: tende a chiudersi autoreferenzialmente, accettando di ignorare la gente comune quanto di essere da questa ignorato, nell’illusione che una minoranza di illuminati possa sopravvivere al naufragio generalizzato. È la prevalenza del modello atomistico, monadico, rispetto al modello illuministico e romantico del “dotto” come maestro e stimolatore delle masse. Si può e si deve essere critici nei confronti del passato, senza ingenue idealizzazioni, ma come non ricordare – e Miccione lo ricorda – che grazie a intellettuali quali Croce e Gentile i problemi della scuola e dell’università erano al centro del dibattito nazionale? Oggi vale il si salvi chi può (tanto più che, fuori dagli atenei, la gente non immagina a cosa si sono ridotti gli studi universitari). Ma si sottovaluta che tattiche individuali senza strategie collettive sono destinate al fallimento.
    Quali che siano i passaggi storici e le responsabilità di vari attori, la situazione attuale è dominata – in ogni categoria sociale – da questo “sottoproletariato cognitivo” che “non è interessato alla politica, non contestualizza la propria situazione, non è disponibile a federarsi per aumentare il proprio potere, sospetta di tutti ma cade in ogni tranello”. Insomma: siamo in presenza di un cancro che avanza nel silenzio generale e che erode le radici stesse di ogni democrazia. Detto così, può suonare ancora astratto: la democrazia non è un valore assoluto, ma un mezzo (forse il meno inadeguato sinora escogitato) per avvicinarsi alla giustizia nella libertà. Possiamo dunque, con Miccione, ridirlo meglio: il sottoproletariato cognitivo è, prima di tutto, un pericolo per sé stesso. Solo con la sua diffusione pervasiva si può spiegare “l’assenso di persone con reddito da lavoro, e non da capitale, a politiche che favoriscono il progressivo spostamento dell’economia italiana dal lavoro al capitale, dall’industria alla finanza”.
    Il quadro è preoccupante, ma l’autore – da buon filosofo ‘pratico’ – non se ne lascia paralizzare e passa dalla diagnosi (molto più ampia, documentata e articolata di quanto sia riuscito a sintetizzare in poche righe) alla terapia. Guidato da un assunto di principio: la crisi morale e civile in cui si dibatte il nostro Paese (e, se non è l’unico nella melma, non c’è da consolarsene) è, in radice, un difetto cognitivo. Socraticamente, Miccione pensa che, al dominio del “non sapere di non sapere” (tipico degli ignoranti impenitenti), bisogna opporre un “sapere di non sapere” che sia propedeutico al voler sapere, almeno l’essenziale. Dal punto di vista più operativo, infine, “cinque proposte per iniziare a desottoproletarizzare l’Italia”: “aumentare i finanziamenti per tutto il comparto cultura”; ripristinare i concorsi pubblici; ridimensionare il ruolo della famiglia nei processi educativi; recuperare i minori “dispersi” dal punto di vista scolastico; valorizzare “l’acquisizione di titoli di studio” da parte di detenuti come “unico parametro per ottenere sconti di pena”. Insomma, ce n’è abbastanza per apprendere e per darsi da fare. Almeno per i lettori ancora immuni dal morbo dell’ossimorica “educazione all’ineducazione”.

    Augusto Cavadi, Comunicazione filosofica, 35, 2015

  • Michele Sasso

    SOCIETÀ, D la Repubblica, 8 aprile 2017, p. 116

    ASCESA DELL’IGNORANTE IPERMODERNO
    Siamo i primi in Europa a “non sapere di non sapere”: il 47% degli italiani non è in grado di capire le istruzioni del cellulare o il contratto di lavoro. Un deficit antieconomico
    di Michele Sasso

    C’è una categoria di italiani che si chiama “analfabeta funzionale”. Vive intorno a noi, vota come noi ma è un cittadino che, pur sapendo leggere e comprendere un testo semplice, non riesce a elaborarne e utilizzarne le informazioni. Non è per esempio in grado di capire il libretto di istruzioni del cellulare e analizza il mondo in modo elementare, solo attraverso le sue esperienze dirette. Una recente indagine dell’Ocse ha calcolato che in Italia gli analfabeti funzionali sono il 47% della popolazione, il che ci potta in vetta alla classifica dei Paesi europei.
    Per capire come siamo arrivati fino a qui occorre fare un salto indietro nel 2008, quando lo studio Ocse-Pisa, condotto su un campione di italiani, aveva evidenziato notevoli lacune nella capacità di comprensione. Fenomeno confermato anche dal report dell’anno successivo “Human Development” delle Nazioni Unite che indicava un solido 41% di nostri connazionali incapace di capire un bugiardino delle medicine, un contratto di lavoro o le indicazioni della pubblica amministrazione. Un numero allarmante che emerge dalla vita quotidiana e dalle analisi degli esperti. Un dramma per una società incapace di raccogliere nuove informazioni, impermeabile a una rappresentazione corretta del mondo dove le discussioni da bar diventano
    tanto importanti quanto la Costituzione.
    Davide Miccione ha tracciato un profilo di questo deficit cognitivo nel libro Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo (IPOC). «Credo di aver rilevato questa forma di vita all’inizio del nuovo millennio, con l’entrata a regime della riforma Berlinguer», spiega. «Gli studenti che interrogavo mi parlavano a lungo dell’evoluzionismo di Spencer (perché era in programma) ma non avevano idea di chi fosse Darwin; avevano letto le lettere tra due filosofi ma non sapevano chi fossero entrambi, né avevano ritenuto di doversi informare». Miccione racconta che l’ignorante ipermoderno si trova ovunque: tra i marginali delle periferie, nella media borghesia, tra i professionisti e i politici. Tutti accomunati dalle stesse caratteristiche: rapporto faticoso con le norme, titoli di studio non meglio specificati o conseguiti nei sottoboschi dell’istituzione, passione per i segni visibili del lusso, disinteresse per tutto ciò che non sia solo materiale. E il diritto, la religione, la letteratura, l’arte e la filosofia classificati come “noiosi”.
    Anche il linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso, non ha mai smesso di denunciare il dramma di una “Repubblica fondata sull’ignoranza”: «Solo un terzo della popolazione ha quei livelli di comprensione della scrittura e del calcolo ritenuti necessari per orientarsi nella vita di una società moderna», aveva più volte sottolineato in interviste e congressi. «E non è solo un problema sociale, questa inconsapevolezza incide sulle nostre capacità produttive e, secondo gli economisti Luigi Spaventa e Tito Boeri, è responsabile del grave ristagno economico che ci affligge dai primi anni ‘90».
    Così abbiamo sostituito concetti astratti come eguaglianza, solidarietà, onestà con la concretezza dei bisogni di chi “non sa mai di non sapere”, degli “ignoranti inconsapevoli”, come vengono definiti. Che non si accorgono di esserlo. Invertire la rotta è possibile solo aumentando il finanziamento per tutto il comparto
    cultura, ritornando alle selezioni della classe dirigente con i concorsi pubblici, investendo nell’educazione dei giovani e soprattutto sull’istruzione in carcere, dove si trova la maggior parte di quel 19% di ritirati dalla scuola dell’obbligo.

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