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Una filosofia per l’anima

€18.00

All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche

 

Quale cornice di senso potrebbe essere tanto ampia da consentire un dialogo nel quale a ognuna delle parti siano dati legittima espressione e riconoscimento? Durante gli anni questa domanda è stata al centro del pensiero di Romano Màdera intorno alla possibilità stessa dell’analisi psicologica, e la medesima questione si è posta fin dall’inizio del suo tentativo di rinnovare la filosofia praticandola come modo di vivere. I saggi di questo volume tracciano lo sviluppo di tali riflessioni e pratiche. Ogni saggio è un microcosmo che, secondo caratteristiche specifiche, rimodula uno stesso centro: quello in direzione del senso, nella reciprocità tra psicologia del profondo e vita filosofica, nel dare anima alla filosofia e nella ricerca di una filosofia per l’anima.Leggi tutto


E la pratica dell’analisi biografica a orientamento filosofico diventa esempio di una postura esistenziale, della possibilità di rendere filosofica ogni professione e ogni azione nel mondo. I percorsi tracciati nel volume appartengono a chiunque, anche a chi nella stanza dell’analisi non è mai entrato e, forse, mai entrerà: poiché la “normalità nevrotica” e le patologie del desiderio che qui vengono approfondite caratterizzano ognuno di noi oggi. Ma ognuno di noi ha la possibilità di trascenderle nella ricerca del senso. Questo libro è disponibile anche in inglese.

Primo capitolo del libro

Disponibile

COD: ISBN: 9788867720705 Categoria:

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Descrizione prodotto

Una filosofia per l’anima. All’incrocio di psicologia analitica e pratiche filosofiche

 

Una filosofia per l anima raccoglie saggi di Romano Màdera scritti tra il 1988 e il 2010, pubblicati in volumi collettanei e riviste, inediti o elaborati in occasione di convegni e incontri, e due prefazioni. Il filo rosso che unisce i saggi è il divenire di un pensiero che si sviluppa a partire da uno stesso centro, la cui individuazione è possibile a posteriori, come per il disegno che si traccia lungo ogni esistenza. Tre grandi aree, a loro volta intrecciate, costituiscono le parti in cui sono suddivise queste pagine di Una filosofia per l anima, delineando le trame che tracciano quella che Màdera ha definito “analisi biografica a orientamento filosofico”, per dare anima alla filosofia e saggezza all’anima storicamente incarnate. Il macrocosmo viene guardato attraverso le prospettive dei microcosmi che gli danno vita, immagine quest’ultima scelta da Màdera nell’Introduzione al presente volume.

La Parte prima, “Per una psicologia storico-biografica”, include saggi che riflettono attorno alla pratica analitica – inclusa quella dell’autore, con la narrazione di casi clinici e di immagini tratte dal gioco della sabbia – e a ciò che ne emerge in relazione ai mutati contesti storici e collettivi, e alle biografie individuali. Nella Parte seconda, “Una filosofia per l’anima, un’anima per la filosofia”, la trattazione si snoda a partire più specificamente dalla psicoanalisi e dalla psicologia analitica junghiana, con quanto è possibile inventariare e tradurre verso un più consapevole orientamento filosofico quando si è al cospetto di un’anima biografica in analisi. Che l’anima sia quella dell’analizzante o quella dell’analista, la direzione è il “trascendere verso”. La Parte terza, “Le pratiche filosofiche in-contro al mondo”, testimonia esperienze di pratiche filosofiche in diversi contesti. Le riflessioni dei capitoli precedenti, maggiormente dedicati a una pratica specifica che è quella dell’analisi biografica a orientamento filosofico, assumono qui un respiro ulteriore di mondo. L’analisi biografica a orientamento filosofico diventa così esempio di una postura esistenziale, della possibilità di praticare filosoficamente in ogni ambito, di rendere pratica filosofica ogni professione e più estesamente ogni azione nel mondo. Tali pratiche assumono senso per chiunque, anche per tutti coloro che nella stanza dell’analisi non ci hanno mai messo piede e (forse) mai ce lo metteranno. Il cerchio si richiude dunque ritornando sulla Parte prima, poiché la “normalità nevrotica” e le patologie del desiderio che là vengono approfondite sono proprie di ciascun individuo oggi. Come può divenire di ognuno la possibilità – o il tentativo – di trascenderle. (dalla Nota della curatrice)

Informazioni aggiuntive

Peso 0.49 kg
Dimensioni 22.9 x 15.2 x 1.9 cm
Pagine:

332

Anno:

2013

Spedizione Gratuita

In Italia a mezzo PosteItaliane in 24h

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Tutti i capitoli o saggi riportano la numerazione di pagina originaria del libro e/o della rivista. Per tal motivo, lo studioso, in caso di citazione, potrà avvalersi di tale numerazione in quanto corrispondente alla pubblicazione originale.

2 recensioni per Una filosofia per l’anima

  • IpocPress

    Nel 1951 Jung ammetteva che tra le persone che andavano in analisi vi erano «non pochi cosiddetti pazienti» tormentati da problemi che riguardavano più l’etica, la filosofia e la religione che la psicoanalisi. Tuttavia, osservava, se si fossero rivolti a un prete non si sarebbero sentiti dire nulla che non sapessero già, e se si fossero affidati alle parole di un filosofo, qualora le avessero comprese, non ne avrebbero tratto alcuna utilità pratica. In quella che sembra una sarcastica battuta, Jung vede i germi di cosa potrebbe essere l’analisi se si aprisse laicamente «alla ricerca, senza pregiudizio alcuno, delle idee filosofico-religiose corrispondenti agli stati emotivi del paziente». È quanto fa l’analisi biografica ad orientamento filosofico, una professione e uno stile di vita di cui il libro di Romano Màdera, Una filosofia per l’anima. All’incrocio tra psicologia analitica e pratiche filosofiche descrive metodi, finalità e fondamenti teoretici. Riassemblando per la prima volta in forma unitaria gli articoli pubblicati nel corso degli ultimi quindici anni, il testo offre una compiuta visione d’insieme per capire come psicoanalisi, filosofia e religione, se integrati nello sfondo e nel campo comune della dimensione biografica, possano offrire al soggetto, sempre più spaesato dalla profonda «crisi dei quadri d’identità», un orizzonte di senso capace di confrontarsi tanto con le ansie e gli smarrimenti della quotidiana fatica d’esistere, quanto con gli interrogativi sul significato ultimo della vita. Perché, qualsiasi nome le si dia, è l’assenza di senso ad ammalare l’esistenza.
    Mentre la sociologia si affretta a sentenziare che la nostra è l’epoca del narcisismo, irrimediabilmente caratterizzata da soggetti autoriferiti e incapaci di andare oltre la propria individualità, l’etica, la filosofia e la spiritualità ci ricordano, ciascuna a modo proprio, che nessun uomo è un’isola e che vivere significa piuttosto riconoscersi come parte di una vasta trama di relazioni, reali e simboliche, che ci sostanziano e ci legano al mondo, in quella che Màdera chiama «l’interdipendenza onnilaterale di tutti da tutto».
    Se l’analisi vuole evitare il rischio di vivere al suo interno quella scissione che pretende di ricomporre nei suoi pazienti, deve apprendere dalla filosofia che ogni singolo soggetto ospita il mondo senza ridurlo a sé, aprirsi all’etica come a una domanda di senso che chiede di prendere posizione rispetto al mondo anziché nascondersi dietro il mito della neutralità, e risolversi a fare entrare la spiritualità nella stanza d’analisi. Una “spiritualità laica” non per sottrazione da tutto ciò che è religioso, ma per la sua capacità di confrontarsi senza pregiudizi conia sapienza delle sue differenti tradizioni che, in forme diverse, insegnano all’io a ridimensionare la sua importanza e le sue pretese, soddisfacendo al contempo il suo desiderio di sentirsi parte di una vicenda e una narrazione più grandi di sé.
    Da parte loro, etica, filosofia e spiritualità possono apprendere dalla psicologia del profondo l’attenzione alle dinamiche di compensazione tra conscio e inconscio, il radicamento in una dimensione biografica concreta e la disposizione a trattare l’immaginazione come una forma altra, ma non meno significativa, del pensare. L’intreccio di queste quattro prospettive apre una strada capace di “dare anima alla filosofia e saggezza all’anima”, perché è soprattutto alla filosofia come esercizio di trasformazione del proprio modo di vivere che, sulla scia di Hadot, la proposta di Màdera si riferisce. Una filosofia che s’interroga sul senso della vita,non perché s’illuda di possedere la risposta, ma perché considera inautentica, disperata e dispersa un’esistenza che eviti di farlo, consegnandosi così a quell’impersonale senso comune che Marx chiamava “la religione della vita quotidiana”.

    Moreno Montanari

  • IpocPress

    In questa summa la ricerca del senso interroga l’epoca e i suoi strumenti ermeneutici, testando le grandi eredità novecentesche sugli sviluppi tardo e post novecenteschi. Nella prima e terza parte del volume (e nel bel saggio dedicato a Erich Neumann e al suo «ottimismo tragico» nella parte seconda), Màdera attraversa una serie di questioni epocali, applicando la filosofia, come sguardo meta-teorico, all’esercizio della comparatio tra le varie prospettive (sociologica, psicologica…) per una progressiva reintegrazione fenomenologica dell’umano. Il respiro e il vigore del passo maderiano si devono anche all’essere contemporaneamente interno ed esterno al proprio campo di appartenenza. A questo sguardo comparato si impone «l’orrore pervasivo che non solo occupa il passato, ma, dopo la disperazione del progetto moderno, minaccia di cadere rovinosamente addosso al futuro». Filosofia è qui esercizio di anti-doxa, volto a liberare dalle sue affezioni il discorso di questa epoca di transizione. Màdera pratica un radicalismo critico che smaschera l’altra faccia delle compensazioni epocali, vedi la retorica della (finta) personalizzazione in un mondo serializzato, le insostenibili contraddizioni delle idealizzazioni sviluppiste, la rete di omertà criminose sottesa alla interdipendenza globale, l’annichilimento del corpo e del senso del limite nell’età della hybris tecnologica, i sedicenti diritti universali…
    Non si tratta (solo) dell’erosione di conquiste sociali che parevano irreversibili, ma dell’erosione dei tradizionali quadri di identità. È il passaggio dal dramma dell’ethos patriarcale (e relative socio-psico patologie, con modelli analitici isomorfi) al dramma del totalitarismo economicistico (versione high-tech). La corrispondente configurazione psico-culturale è da Màdera stigmatizzata quale licitazionismo, nuova forma «paidocentrica» del nichilismo, per dire l’uomo regredito a variabile neutra, nell’indifferenziato capriccio dei suoi desideri, eterodiretti verso la prestazione consumistica.
    Ancora e di nuovo dramma ma diversamente dramma, perché niente passa invano nella storia del mondo. Da una tale apocalissi possono infatti dipartirsi inedite strade verso più maturi stadi di civiltà. Nella seconda parte del testo Màdera fa proprio il richiamo di Neumann a una nuova etica, un’etica impensabile prima che il vecchio mondo fosse crollato su se stesso travolgendo certezze e oscurantismi secolari. La via della libertà è originariamente biforcata, e contempla a ogni passo la possibilità del suo pervertimento, nichilista o astrattamente impersonale (un tema che suonerà familiare ai lettori dell’ultimo Illich). Questo «enigma etico» è la prima e fondamentale conquista di senso.
    La strada segnata da Màdera e dal progetto ABOF – che incrocia questo testo e intercetta tutto il percorso di Màdera – è la strada del desiderio di libertà intesa quale costruzione di sé attraverso la creazione di senso, un senso che renda la vita «un evento che si desideri ricordare, celebrare, di cui rendere grazie» pur nella piena consapevolezza di tutte le forme del male e del dolore.
    Condizione preliminare a ogni offerta di senso è, per Màdera, la «con-posizione» dialogica delle alterità, il meticciato ragionato delle culture (ove non ancora globalizzate, ovvero ridotte allo spot di se stesse). Lo stile di Màdera e di ABOF è dichiaratamente ecumenico, eclettico e sincretico ma tuttavia connotato da una forte scelta di campo, dall’inequivocabile radicamento in un filone aureo della travagliata cultura occidentale.
    I nuovi stili di questa tradizione di appartenenza sono tutti, spregiudicatamente, da scrivere: spre-giudicata e dunque ri-generante appare infatti la copula maderiana tra la filosofia greco-romana delle origini e la grande e non ancora assimilata eredità novecentesca della psicologia analitica. Siamo all’interno della mitobiografia dell’autore (filosofo e analista), coeremente con l’assunto mitobiografico di ABOF per cui «biografia» è il luogo di elaborazione reciproca del pantheon personale e collettivo. L’intento (più avanzato che non la philosophische praxis di Gerd Achenbach) è quello di coniugare e rifondare filosofia e analisi in una saggezza integrale, in una neo psicagogia, una neo paideia formatrice di uomini, perché «vivere è vivere umano in quanto è vivere educato ed educando». Màdera pone qui una revolutio philosophiae (per certi aspetti mediata da Hadot) dove la filosofia torni a essere modo di vita, torni a camminare la via che indica.
    Nel movimento di revolutio verso le proprie origini la filosofia torna a farsi etica ma l’etica ridefinisce se stessa, incernierando l’universale al particolare, all’irriducibile nucleo di ogni biografia. La nuova etica rivela l’unico reale senso dell’etica, come tensione al divenire non eteronomo, passato al vaglio di un «doppio movimento»: il movimento che mette a prova, nell’incommensurabile novità di noi stessi, l’incommensurabile eredità del mondo – e viceversa. Le pratiche filosofiche rinnovate che Màdera introduce – magistero interiore, trasfigurazione anamorfica, esplorazione mitobiografica, desiderio di desiderio – vertono proprio su tale doppio movimento di immanenza a se stessi e trascendimento di se stessi. È questo il tema coagulante della ricerca di Màdera.
    La psicologia analitica presta alla nuova etica le sue potenti intuizioni (Jung e il principio di individuazione, la dialettica evolutiva tra Io e Sé), qualificandola come etica dell’intero. L’etica dell’intero non reprime il pathos ma tenta di comprenderlo e integrarlo, confrontandosi con le potenze creatrici/distruttrici del profondo. L’ombra è accolta e elaborata all’interno della compagine psichica che trascende ogni propria parte. Nel gioco delle figure interiori all’orrore nichilista di Macbeth, o alla nausea di Hamlet, Keats può rispondere: «something of beauty is a joy for ever». La filosofia come ascesi, esercizio di autopoiesi, riformula la propria originaria vocazione terapeutica – renovatio philosophiae – in nome di una «riplasmazione creativa dell’esperienza», valorizzando duttilità, resistenza, innovatività, comprensione e organizzazione.
    L’eredità junghiana raccolta da Màdera (pacificando Jung con se stesso, oltre le sue sofferte oscillazioni da apripista) va a sua volta nel senso di una pratica analitica rinnovata da una speculare torsione verso la filosofia, la visione del mondo, l’ascesi. L’odierna richiesta di psicoterapia non è interpretata da Màdera quale domanda di medicalizzazione della vita ma anzi come il suo contrario: «…quel che viene vissuto patologicamente e che viene portato come richiesta terapeutica riguarda gestazione e nascita, adolescenza, amore e separazione, lavoro, malattia e morte. Sembra che vivere sia diventato problema e malattia, che la richiesta terapeutica riguardi la cura della vita».
    Oltre la «finzione» e «l’autoerotismo» pseudoscientifico (e oltre le scorciatoie della diagnostica easy), la relazione analitica è vocazione totale che pone il suo metodo nel dominio della pienezza simbologica del linguaggio, immaginale e argomentativo. L’analisi è eticamente pensata quale «campo formato dalle esperienze di due persone che affrontano i dilemmi dell’esistenza […] un reciproco influenzamento che tocca l’intera personalità». Lo stesso confronto Freud-Jung, costantemente sollecitato da Màdera, contribuisce a sollevare ingenti questioni meta-psicologiche, di pertinenza specialistica ma di rilievo epistemologico generale: il rapporto tra generalizzazione euristica e risonanza empatica, tra significanza simbolica (mito) e letteralità esperienziale (romanzo familiare), tra determinismo eziologico e teleologismo biografico, tra il concetto di inconscio e quello di incompreso, tra psiche e realtà esopsichica…
    Il dialogo serrato che Màdera intrattiene con Jung riveste un interesse tematico centrale, non solo per le questioni epistemologiche che solleva ma perché proprio Jung, attraverso il tormentato percorso che condurrà all’autosvelamento del Libro rosso, pare chiamare Màdera allo svelamento mitobiografico fondamentale: la conversione al mitologema del Cristo quale luce della via/terapia del senso, conversione compiutamente integrata dai due discepoli di Jung prediletti da Màdera, Erich Neumann e Ernst Bernhard (quest’ultimo significativamente ispiratosi a Martin Buber, che di Jung fu attento interlocutore). Se è vero che la comune ricerca di consapevolezza – philosophia – è in se stessa patrimonio di senso, è forse altrettanto vero che questa ricerca non può evitare di chiedersi: come salvare il senso di Ognuno – prepotentemente affermato nell’esperienza della nostra autocoscienza – se non in quanto Ognuno costituisca un telos, insondabilmente voluto e eternizzato?
    Ai fini di questo senso, se è importante l’anamorfosi, il trascendimento della goccia nell’Oceano, per usare una suggestione cara a Màdera, lo è altrettanto quella, inversa, dell’Oceano nella goccia. E da che cosa può essere garantito un tale eschaton, il senso ultimo di ogni singola esistenza, se non dal mistero cristico dell’Incarnazione? Si pensa all’incarnazionismo radicale di un Bonhoeffer, dove la kénosis di Dio nell’integralmente umano ri-organizza attorno all’evento dell’Incarnazione il senso della storia, oltre l’opposizione di antropocentrismo e teocentrismo.
    Le pagine più universalmente cogenti (vedi ad esempio il terzo e quarto saggio della seconda parte e i due saggi della terza) sono proprio quelle in cui Màdera concede voce alla sua philosophia Christi, saldandola al grande lascito della filosofia antica e della psicologia analitica («l’immensa rivoluzione culturale, e quindi filosofica, che il messaggio cristiano ha portato con sé»). Il dirompente mitologema cristico incontrato da Màdera elegge a suprema dimensione valoriale il perno della nuova etica, l’individualità integrale affacciata all’orizzonte ecumenico, ciò che Màdera ama chiamare «interintraessere»: incarnare la propria unicità e al tempo stesso trascenderla attraverso il senso dell’appartenenza al destino della consapevolezza, della comune umanità e del cosmo. L’appartenenza, infine, a quella dimensione dello spirito libera dalle coordinate spazio-tempo, libera «dalle infinite dimensioni psicoculturali delle identificazioni» eppure in esse incarnata. Così, attraverso l’apertura al divino, si corona quella che Panikkar chiamerebbe l’interezza «cosmoteandrica» del senso, complessa, mai commensurabile, in continuo divenire… Seguendo Màdera nel passo ultimo, più numinoso e per certi versi più segreto del suo percorso maieutico, ci troviamo ancora a interrogarci/lo: non è forse questa appartenenza spiritualmente estrema (anche quando il Credo ne sia rimosso) il fondamento ontologico della libertà e del senso di ogni altro trascendimento?

    Giovanna Morelli

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